giovedì 22 Febbraio 2024

Di che abbiamo paura ?

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Profonda dichiarazione di un intellettuale che continua a fornire la versione “intelligente” dell’autocritica borghese. Pallidi epigoni di Bertold Brecht: trovano nell’auto/insulto la via d’uscita all’auto/eliminazione che sarebbe ben più degna.

«Io non penso che noi occidentali abbiamo paura del terrorismo.
Quando vado in metropolitana vedo facce stanche, non impaurite. Quando vado sul treno vedo gente che dorme o che gioca al computer, non gente all’erta. Penso invece che noi occidentali abbiamo paura dei nostri privilegi, del tenore della nostra vita rispetto al resto del mondo, che inevitabilmente ci espone alla minaccia dei diseredati.
Abbiamo inoltre paura della nostra fragilità antropologica, perché noi occidentali, essendo quella parte dell’umanità che può vivere solo se tecnicamente assistita (luce, acqua, gas, mezzi di trasporto e di comunicazione), finisce con l’essere la parte più debole se uno di questi apparati improvvisamente si interrompe. Sapremmo infatti vivere senza luce né acqua potabile come da mesi capita alla popolazione dell’Iraq e da sempre ai dannati della Terra? Per il tenore di vita che abbiamo, ormai anche i nostri privilegi non sono più privilegi, ma condizioni essenziali per condurre la nostra vita nei modi in cui l’abbiamo impostata. Per difendere queste condizioni essenziali abbiamo costruito un arsenale bellico che non ha confronti nel mondo. Un arsenale che talvolta usiamo in modo aggressivo, talvolta in modo preventivo. In entrambi i casi con quell’arsenale abbiamo costruito una società assediata, che con qualche esitazione esce dalle sue mura, mentre all’interno sviluppa quella leggera paranoia tipica di chi sospetta di fronte a un volto appena diverso dal proprio, di fronte a un individuo non inquadrato nelle abituali nostre consuetudini. Ciò sviluppa quella corsa al privato e al chiuso delle nostre case, dove l’unica comunicazione con il mondo esterno avviene attraverso lo schermo televisivo, che non ci mette in comunicazione col mondo, ma con la sua descrizione che nessuno può andare a verificare. Naturalmente, come insegna la psicoanalisi, le paure che nascono dentro di noi vengono proiettate fuori di noi e solo così vengono riconosciute, non come nostre paure, ma come reali minacce. A rendere più minaccioso il nemico si aggiunge il fatto che noi abbiamo sempre conosciuto il nemico come uno che vuol far salva la sua vita, mentre il nemico che oggi abbiamo davanti non la tiene in nessun conto. E siccome questa eventualità non appartiene alla nostra concezione dell’uomo, l’assistervi quotidianamente ci spaventa.
Non abbiamo quindi paura tanto del terrorismo, quanto di quella divaricazione che abbiamo creato nell’umano tra il nostro modo di essere uomini, incapaci di vivere senza condizioni di privilegio divenute per noi condizioni di sussistenza, e il loro modo di esser uomini che ad essi fa preferire il suicidio alla qualità della loro vita. Di questo abbiamo paura».

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