mercoledì 21 Febbraio 2024

Disintegrati dal sistema

La società in frantumi e le opportunità per una nuova costruzione

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Dai gilet gialli agli agricoltori; dai pensionati alle donne stuprate; dal dominio delle bande al terrore quotidiano; dal crollo morale al cinismo esistenziale; dalla morte demografica al disastro culturale.
Tutto sembra sul punto di crollare, ma è un’illusione.
Non è il sistema che crolla, è la società. E non è vero che il sistema abbia bisogno di una società sana, dato che gli imperialismi e i capitalismi più beceri, da quello originale inglese, a quelli americano, cinese e russo, si sono sempre fondati su società brutali, con masse di schiavi abbrutiti.
Oggi per esempio la potenza americana è tornata ai massimi livelli con una controffensiva che in due anni l’ha portata a dominare nella politica e nella finanza. Gli Stati Uniti in poco più di venti anni hanno aumentato la propria popolazione di sessanta milioni di unità e adesso hanno ridisegnato in gran parte la loro politica economica. Però i costi sociali sono altissimi e ci sono intere fasce di popolazione in balìa della droga degli zombie o dell’alcolismo. Esattamente come in Russia che, invece, non è assolutamente riuscita nella sua controffensiva che le sta costando cara in credibilità e in peso internazionale. In Cina lo stato di schiavitù di massa è ben noto.

In confronto con società che non hanno mai raggiunto il nostro grado di civiltà, gli europei, nelle loro singole nazioni e nell’Unione delle stesse, stanno retrocedendo anch’essi, sia pure in modo molto più lento, verso la brutalità dei loro competitors.
Molte sono le ragioni di questa decadenza, dalla denatalità alla trasformazione dello stato sociale in assistenzialismo parassitario; dall’aids culturale e spirituale che ha infettato la formazione delle classi dirigenti negli ultimi cinquant’anni all’incapacità gestionale per calo di intelligenza determinato dalla filosofia manageriale che pretende di risolvere i problemi con la logica di excel.
E non è tutto. Noi che restiamo ai vertici come eccellenza e come potenzialità, ci ritroviamo prigionieri del libero mercato. Nessuno come gli europei – ex locomotiva assoluta e ancora comunque locomotiva – ha fondato la sua ricchezza, la sua diplomazia e la sua politica sul libero mercato.
L’effetto è stato ovviamente l’ingresso dei prodotti dal terzo e quarto mondo che vincono la concorrenza per i prezzi, ma anche, per la stessa ragione, l’attrattiva delle imprese per la delocalizzazione.
Per mantenere la produzione in loco non si è ancora trovata la formula perché il costo del lavoro da noi è immensamente più caro che altrove e perché non si può competere senza azzerare lo stato sociale, ovvero le nostre stesse condizioni di privilegio e di giustizia.

Si galleggia a vista. Le classi dirigenti si barcamenano per rimandare i problemi; le punte avanzate delle oligarchie disegnano strategie con logica manageriale, senza dare importanza agli effetti collaterali e alla tempistica. Da cui le logiche della green economy che, in sé, non è quella follia che appare ma lo diviene immediatamente proprio per la sua impostazione speculativa ma astratta.
Poi ci sono le soluzioni miracolose dello “Ieri è un altro giorno”, su cui si fondano i populismi che inseguono formulette astruse, come il protezionismo che va, sì, bene, in una fase di espansione, ma non di certo nell’attuale, sia perché – come ha scoperto a sue spese Trump – più che sull’oggetto delle misure (la Cina) i costi ricadono sulle imprese locali che dal materiale ipertassato dipendono, sia perché se mi tassi le magliette che vengono dalla Cina, queste inizieranno magari a costare 30 euro l’una, ma quelle italiane costeranno comunque di più e chi ha i soldi contati – e sono tanti – non potrà più trovarne a 5 euro.

Ovviamente restano ancora la forza delle cose e un minimo di buon senso. Ragion per cui registriamo tendenza al decoupling e alla costituzione di reti internazionali alternative che, peraltro, si connettono tra di loro e si confrontano nella nuova logica di “interdipendenza” + “multiallineamento”.
Questo comporta le necessità che noi dobbiamo capitalizzare. Quella di affermazione di una realtà europea integrata, con tanto di geopolitica eurafricana e con connessioni con l’Asia e l’America Latina in concorrenza con Cina e Russia, oltre, ovviamente, gli States. Soprattutto, però, la ricerca già presente di una nuova logica adatta ai tempi per quella che già le attuali e inadeguate oligarchie intendono come “fortezza Europa” e che non soltanto può ma deve andare nella giusta direzione.

Per andare in quella direzione – che probabilmente troverà ottimi alleati nell’Intelligenza Artificiale e nella Robotica – dobbiamo non solo dare per prioritario, indiscutibile, mitico e perfino sacro, il nostro posizionamento EUROPEO (senza prenderci in giro con il disfo oggi e rifaccio domani) ma dobbiamo essere in grado di compiere tre passaggi indispensabili:

1) Elaborare un programma politico organico, realista, concreto, non masturbatorio, che sia alternativo qualitativamente e spiritualmente al capitalismo sfrenato e alle sue premesse ideologiche.

2) Essere in condizioni di ricondurre a un senso compiuto e comune le proteste dei vari ceti che, lasciate a se stesse, vanno nella direzione del nulla e del disorientamento.

3) Ricostruire i corpi sociali, andando a fare comunità e autonomie, organizzandole anche finanziariamente, economicamente, perfino nel campo assistenziale autoprodotto, non limitandoci ad animare delle comitive separate che guardano affondare la nave da dentro la stiva.

E adesso, anziché chiedermi come, magari sperando che non ci sia risposta e che ci si possa crogiolare nell’inedia presuntuosa, chiedetevelo e iniziate a darvi una risposta. Molte di quelle che proveremo a dare saranno sbagliate ma, a furia di cercare, troveremo e soprattutto incarneremo quella giusta.
Non dovessimo riuscirci noi, avremo fallito ma ci penserà qualcun altro perché così dovrà andare.
Ed è comunque bene.
In questo tramonto scorgiamo l’alba!

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