domenica 14 Aprile 2024

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Un testo recentemente edito dalle Edizioni di Ar ricostruisce la concezione della proprietà nelle Rivoluzioni Nazionali Europee, mostrando come esse abbiano scardinato la società individualistico-liberrale dalle fondamenta, in direzione di un autentico Stato Nazionalpopolare. Oltre la barbarie capitalistica, verso un “comunismo gerarchico”.

Quando Ugo Spirito, nel 1932, metteva uno di fronte all’altro individuo e Stato, parlando della loro “identità speculativa”, e tracciava una precisa ipotesi di eliminazione della proprietà privata in nome della giustizia sociale e della dignità di tutti e di ognuno, aveva bene in mente qual’era il pericolo mondiale a cui la nostra civiltà già allora andava incontro. Non tanto il marxismo, deriva ideologica del borghesismo internazionale, e neppure il bolscevismo sovietico, che sembrava sulla via di tingersi di crescenti colorazioni nazionali, ma piuttosto il liberalcapitalismo: questo il vero e più insidioso nemico dei popoli.



Bisogna leggere Il comunismo gerarchico. L’integralismo fascista della Corporazione proprietaria e della Volksgemeinschaft di Sonia Michelacci (Edizioni di Ar), un testo unico in materia, per avere la precisa sensazione di come l’epoca presente e la prima metà del secolo XX siano due realtà non solo diverse, ma opposte. L’Autrice, specialmente attraverso l’analisi del concetto di proprietà, studiato nella dottrina e nelle legislazioni sociali del Regime fascista, della Repubblica Sociale e del Terzo Reich, ed anche nel pensiero sociale cattolico, perviene alla piena illustrazione di come vi fosse in quelle creazioni politiche la volontà di fondere le istanze tradizionali con le esigenze moderne, la comunità con la personalità: l’organismo con l’organizzazione. Già dagli esordi, il fascismo sancì quello che era uno dei suoi fulcri ideologici, cioè la preminenza del comunitario sull’individuale e del pubblico sul privato, giungendo alla sua codificazione con la Carta del Lavoro che, nel 1927, provava a dare una prima, anche se insufficiente, prova di come il fascismo fosse – o, almeno, dovesse essere – il rovesciamento del precedente regime liberale.



La Carta del Lavoro, di ispirazione bottaiana, era ricca di enunciazioni impegnative: vi si proclamava l’intoccabilità della proprietà privata, ma solo qualora il proprietario fosse in grado di valorizzarla; si garantiva all’imprenditore la proprietà dei mezzi produttivi, purché li usasse con profitto comune e, in ogni caso, non contro gli interessi dello Stato; si definiva quello del proprietario, in generale, come diritto “vincolato” e non assoluto. Queste le proclamazioni, che ebbero anche ricadute sulla tendenza giuridica: ma, nel complesso, il sistema delle garanzie padronali rimase appena scalfito. E per l’autentica fondazione di uno Stato sociale-popolare non bastarono neppure la creazione della Magistratura del Lavoro nel 1928, la faticosa introduzione nel 1934 delle ventidue Corporazioni, l’istituzione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, nel 1939: di fatto, il corporativismo non ebbe tempo né modo di uscire dalle secche delle teorie di principio, e non incise che saltuariamente sul piano della legislazione sociale e delle risoluzioni giuridiche. Tanto che, significativamente, il Codice Civile del 1942 viene dalla Michelacci definito “la vittoria della concezione borghese e conservatrice della proprietà privata.


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