lunedì 4 Marzo 2024

I figli che non muoiono

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Poche note su quei ragazzi morti a Kabul

Mi è stato chiesto se reputo giusto o meno mantenere un contingente italiano a Kabul. Non me la sento di schierarmi con chi vorrebbe ritirarlo da quello scacchiere, ma neanche sostenere a spada tratta chi sostiene la tesi avversa.
Capisco le ragioni di chi afferma che, una volta presi accordi internazionali con gli alleati, tali accordi bisogna mantenerli, anche se tenere fede ai patti presi potrebbe costare vite italiane.
Sono dell’avviso però che, se bisogna partire per quel conflitto, perché di una conflitto ormai si tratta, bisogna partire proprio tutti.

Tenendo conto del fatto che la missione a Kabul si sta trasformando in una vera e propria missione di guerra, e in considerazione del fatto che la storia ha molto da insegnare, per spiegare le mie ragioni, farò un breve excursus storico, riprendendo il testo di un mio vecchio articolo .
Nel corso dell’ultima guerra affrontata dall’Italia, nessuno si sottrasse allora al proprio dovere. Figli di poveri e di ricchi, gerarchi, operai e professori universitari, quando fu il momento, andarono tutti al fronte. Mussolini, non potendo partire in prima persona diede a quella guerra il meglio di se stesso, anzi meglio che se stesso. Aveva tre figli in età d’arruolamento e tutti e tre vestirono l’uniforme. Il 7 agosto 1941, sull’aeroporto di Pisa si schiantò il Quadrimotore Piaggio P108, contraddistinto dalla M.M. 22003. A bordo vi erano il ten. Domenico Musti De Gennaro, il maresciallo motorista Angelo Trezzini, gli avieri motoristi Arturo Bettinelli e Luigi Turco, l’aviere elettricista Riccardo Gottardi, il motorista della Piaggio Severino Giudrinetti e il ten. Pil. Francesco Vitalino Saccon i. Oltre a tanta gente del popolo vi era anche, come primo pilota, Bruno Mussolini che, in quell’incidente perse la vita. La stessa Edda Mussolini, arruolata come crocerossina, il 14 marzo 1941, rischiò di morire nell’affondamento della nave ospedale Po nel porto di Valona.
Tra i cognomi importanti al fronte non vi fu solo quello di Mussolini. Gianni Agnelli, per esempio, combatté in Tunisia fino alla caduta del Nord Africa, in un reparto di cavalleria montato su autoblindo, esponendosi agli stessi pericoli di tutti i suoi camerati.
Dopo la tumulazione del figlio Benito Mussolini, rivolgendosi alla folla disse poche e semplici parole : “Signori, vi siamo profondamente grati per aver reso omaggio ad un soldato italiano”. Era un soldato come tanti, un figlio del popolo, morto nella difesa della Patria.
Purtroppo, le Forze Armate che l’Italia ha oggi impegnate a Kabul, in Iraq, e in decine di altre parti del mondo, hanno una sostanziale differenza con le Regie Forze Armate dell’epoca: non vi vedo molti figli di pezzi grossi arruolati.
Non corrono ad arruolarsi i figli di imprenditori di successo, di politici rampanti o di donne in carriera e, a vestire le stellette, vedo solo figli di operai, impiegati e contadini.
Scorrendo i nomi dei paracadutisti morti in quel posto ai confini della galassia che si chiama Kabul, si leggono solo i nomi di ragazzi del Sud, tutti figli di gente molto modesta.
Vi si trovano i nomi del figlio di un allevatore di pecore, di un operaio dipendente da una ditta di impianti elettrici, di un operaio di una ditta di costruzioni e giù di li. Le madri, tutte casalinghe.
Tra i vari commenti fatti, inevitabilmente ci sono stati i soliti panciapiena che hanno detto che si erano arruolati solo per il denaro, per lo stipendio fisso.
Anche se così fosse stato, non vi sarebbe stato nulla di male. Ma è più onorevole dire che, come i cadetti di Guascogna, non avendo avuto altre possibilità nei bagliori dell’alba della loro giovane vita, avevano scelto la carriera delle armi per darsi un’opportunità per vivere e servire degnamente.
Non basta la miseria, anche una fame atavica, per scegliere una carriera nobilissima, ma evidentemente anche molto rischiosa, come quella delle armi. Chi sceglie di arruolarsi in truppe d’assalto, sa bene che quell’assalto prima poi ci sarà e non c’è nessuno stipendio, per quanto florido possa essere, tale da ripagare il rischio delle armi.
Chi sceglie d’arruolarsi nei paracadutisti ha indubbiamente una molla interiore in più che lo spinge a quella scelta. E’ la molla dell’identità nazionale, del senso di Patria e del Servizio. Sono, indubbiamente, il meglio della nostra gioventù. Quei sei, in particolare, poi, hanno fatto il loro dovere fino in fondo, pagandola duramente. Quando ne perdiamo uno è una grave perdita per tutti noi italiani e questa volta ne abbiamo persi addirittura sei.
Non è giusto però che in una guerra nella quale l’Italia è ormai coinvolta vadano a combattere solo i poveri. Quando le cose sul confine albanese greco si misero male, Starace (che era il segretario del partito) e gli altri gerarchi rimisero l’uniforme e partirono per il fronte.
Fino ad oggi, non ho visto nessun parlamentare della Repubblica deputato, o figlio di parlamentare, neppure andare a guidare un’autoambulanza militare per una settimana in Iraq.
Mussolini, o anche il “Caprun” come qualcuno lo avrebbe definito nel dopoguerra, giocò la guerra del sangue contro l’oro, ma il sangue era anche il suo. Invece, questa partita la vedo giocare solo sul sangue della povera gente.
Ci hanno raccontato che a Kabul si difendono le ragioni della civiltà occidentale e quindi le ragioni della nostra Patria, ma quando si rischia la vita per la Patria, la dobbiamo rischiare tutti, anche i figli dei signori.

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