giovedì 22 Febbraio 2024

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Intervista ai capi militari della guerriglia patriottica che ha inferto all’invasore perdite per un rapporto di 60 a 1

                  Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito di Liberazione Karen parla da una località nascosta, un luogo sicuro da qualche parte lungo le centinaia di chilometri che segnano il  confine tra Birmania e Thailandia.

Il Generale Mu Tu ha superato da un bel po’ i  settant’anni di età. La maggior parte dei quali spesi a combattere i militari di Rangoon nelle giungle dell’est del paese. Settanta anni, ma una stretta di mano eccezionalmente vigorosa, e un saluto militare impeccabile. Sorride quando gli viene chiesto se l’offensiva condotta negli ultimi dodici mesi dall’esercito birmano contro i Karen abbia messo in ginocchio la guerriglia patriottica.
“Abbiamo perduto basi e fette di territorio, è vero. Ma la nostra forza militare è rimasta intatta. Siamo ovunque, siamo intorno al nemico. Lo vediamo, lo seguiamo. Lo colpiamo tutti i giorni”.
Nei primi sei mesi del 2009 la guerriglia Karen si è scontrata con l’esercito birmano e con le bande di partigiani collaborazionisti 532 volte. I dati forniti dalla guerriglia parlano di 341 nemici uccisi e di 697 feriti. Secondo le fonti Karen, il rapporto di caduti in azione è di 1 a 60 a favore delle forze patriottiche. Un dato che smentisce le previsioni dei generali birmani, secondo i quali entro la seconda metà del 2010 il confine orientale del paese sarà ripulito dalla presenza della resistenza. Mu Tu perde la calma soltanto quando descrive la condotta dei militari birmani nei confronti dei civili inermi: “Noi siamo guerrieri, e ci aspetteremmo di combattere una guerra pulita. Faccia a faccia contro un nemico che riconosca le regole di un combattimento duro, a volte spietato, ma leale. Invece la maggior parte delle operazioni del Tatmadaw (esercito birmano) ha come obiettivo i civili. Questo fa di loro degli assassini, non dei soldati”. L’organizzazione Free Burma Rangers, un gruppo di coraggiosi volontari che svolgono un’attività di soccorso sanitario e di raccolta di informazioni circa crimini ed abusi compiuti nei villaggi abitati da minoranze etniche, sforna dati agghiaccianti sulle violenze subite dalla popolazione ad opera dei soldati di Rangoon.
Stupri, torture e omicidi sono all’ordine del giorno. La brutalità delle azioni del Tatmadaw spinge un sempre più alto numero di civili a lasciare i loro villaggi non appena si ha notizia  dell’avvicinamento delle truppe. Negli ultimi tre anni oltre 80.000 persone hanno cercato rifugio nella giungla, sotto la precaria protezione fornita dai volontari del KNLA, l’Esercito di Liberazione guidato dal Generale Mu Tu.
Soltanto lo scorso mese ben 4.000 profughi hanno dovuto attraversare il confine e riversarsi in Thailandia per sfuggire alle truppe birmane che hanno piegato la resistenza  della 7° Brigata Karen.  “Abbiamo vissuto anche in passato momenti terribili, durante i quali tutto sembrava  perduto – prosegue l’anziano ufficiale – ma ci siamo sempre rialzati. E dopo sessant’anni  siamo ancora qui, decisi a difendere la nostra gente fino all’ultimo proiettile di cui disporremo”.

Una chiara corrispondenza con quanto sostiene Mu Tu si percepisce visitando le unità del  KNLA sparpagliate nella giungla. Alcune di queste hanno abbandonato le loro basi abituali durante l’offensiva birmana, ed ora vivono in accampamenti provvisori a ridosso delle  posizioni nemiche. “In questo modo torniamo alla nostra originale attività di guerriglia –  dice il Colonnello Nerdah Mya riparandosi dalla violenza di un acquazzone monsonico  sotto una capanna di bambù immersa nel fango – e per il nemico siamo dei fantasmi impossibili da catturare”. La vita dei giovani volontari non è delle più facili in questi  avamposti mobili. L’acqua per lavarsi e per bere è quella piovana, pazientemente raccolta mdurante i temporali. La dieta quotidiana è fatta di riso bianco e sale. Quando dalla  Thailandia qualcuno riesce a portare fin quassù delle sardine in scatola è festa. I turni al  fronte sono normalmente di due mesi consecutivi. Poi un permesso per andare a trovare  la famiglia in un sovraffollato campo profughi. E di nuovo in giungla, tra brividi di febbre  malarica e mine antiuomo sparse lungo i sentieri di terra rossa.
Ma la voglia di battersi c’è ancora tutta. Quando il Colonnello Nerdah Mya, figlio del leggendario leader della rivoluzione Karen Bo Mya, chiede ai volontari se sono pronti a  cacciare il nemico dai villaggi occupati negli ultimi dodici mesi dalle forze straniere la risposta arriva in un boato di voci, un suono gutturale che non lascia dubbi.
Il Colonnello Nerdah Mya di fronte agli uomini del 201° Battaglione in un avamposto dell’Esercito di Liberazione Karen.
“I nostri ragazzi sono coraggiosi, amano il loro paese, hanno una naturale predisposizione  alla difesa della loro gente dai soprusi e dalle violenze – dice Nerdah Mya – ma tutto  questo non basta di fronte ad un esercito ben armato e sostenuto economicamente dai  proventi degli affari che il regime di Rangoon fa con multinazionali e businessmen di tutto il mondo. Per non parlare del fiume di denaro che il traffico internazionale di droga
garantisce ai criminali del governo birmano”.
Attraverso la mediazione della Comunità Solidarista Popoli i Karen chiederanno all’Italia di  sostenere la loro lotta per l’autodeterminazione e per la difesa dell’identità. “Ci battiamo  per poter continuare a parlare la nostra lingua e vivere secondo le nostre tradizioni. Per i  nostri figli vogliamo un futuro senza guerra, senza droga, senza ingerenze straniere” conclude Nerdah Mya.

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