domenica 23 Giugno 2024

I due guerrafondai

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Kerry ammette che la guerra all’Iraq l’avrebbe fatta anche lui. Ma in italia la sinistra “pacifista” continua a tifare per Kerry, “l’americano della pace”.
Fingono di non aver capito che con Bush o con Kerry i risultati della politica americana sono gli stessi

WASHINGTON – Il candidato democratico alla Casa Bianca John Kerry vince di strettissima misura il secondo dibattito con il presidente George W. Bush. Ma i due rivali piacciono entrambi e ripartono praticamente alla pari dalla Washington University di St.Louis nel Missouri. Bush e Kerry puntano al loro terzo e ultimo confronto in diretta televisiva – mercoledì, da Tempe, in Arizona – e alle ultime tre settimane della campagna elettorale per il voto del 2 novembre. Nei 97 minuti del dibattito, Bush e Kerry hanno risposto a 17 domande, su tutta la gamma dei temi della campagna, dalla politica interna (occupazione, tasse, sanità, aborto, ricerca) a quella internazionale (Irak, ma anche Iran e guerra contro il terrorismo). È stato un confronto più vivace del primo, meno ingessato, più rivelatore delle personalità dei due contendenti, anche grazie al diverso formato: i quesiti venivano dal pubblico, composto da 140 elettori indecisi, alcuni dei quali, specie le donne, hanno chiesto quello che molti americani volevano sapere. Per un sondaggio della Cnn, Kerry s’è imposto per il 47% degli spettatori e Bush per il 45%. Per uno della Abc, Kerry s’è aggiudicato il 44% dei suffragi, Bush il 41%. Considerato il margine d’errore dei rilevamenti a caldo volanti, si tratta di un pareggio statistico. I risultati dei sondaggi confermano l’equilibrio dei giudizi degli esperti interpellati dalle tv americane, esclusi i pareri scontati e partigiani delle due campagne: per i repubblicani, Bush ha vinto; per i democratici, Kerry ha vinto, anche se il presidente ha indubbiamente fatto meglio del 30 settembre. In attesa di misurazioni più attendibili delle reazioni dell’opinione pubblica, il dibattito sugli sgabelli – Bush e Kerry erano dotati, in realtà, di sedie alte: è stato loro risparmiato lo strazio pericoloso di quelli girevoli – sembra avere spostato di poco le posizioni acquisite. Gli elettori incerti, che comunque sono pochi e che – se sono rimasti tali finora – devono anche essere un po’ “tiramolla” persino peggio di Kerry, sono rimasti indecisi. E chi ha già scelto per l’uno o l’altro ha solo trovato di che confermarsi nella propria scelta, perchè nè il presidente nè lo sfidante hanno deluso. Anzi, ciascuno ha avuto momenti efficaci. Sull’Irak, Bush ha ribadito che l’attacco era la cosa giusta da fare: «Se Kerry fosse stato alla Casa Bianca Saddam Hussein sarebbe ancora al suo posto». Lo sfidante ha infilato un sibillino «non necessariamente» e ha ripetuto che il presidente «s’è precipitato a fare la guerra senza i piani per vincere la pace». Sull’economia, Bush ha denunciato Kerry come un fautore del “big government”, che gli americani aborrono. E lo sfidante ha rimproverato al presidente di avere bruciato i surplus di bilancio enormi dell’eredità Clinton, trasformandoli in deficit record. Più in generale, Bush ha insistito sul Kerry «tentenna» e Kerry sul Bush che «non dice la verità» agli americani. Come nel consueto discorso alla radio del sabato mattina, dove il presidente ha risfoderato le sue letture positive dell’Irak, dell’Afghanistan, dell’economia e dell’occupazione: «Ha messo gli occhiali rosa», hanno commentato i democratici. Qualcosa è anche rimasto fuori dal dibattito: di nuovo, e fa tre su tre contando il confronto fra i vice, la pace in Medio Oriente, che non è stata neppure nominata nonostante l’attacco terroristico di meno di 36 ore or sono a Taba; e pure l’istruzione, salvo cenni di Kerry. Resta una terza e ultima occasione televisiva per convincere gli incerti, la prossima settimana: dibattito classico, come il primo, sulla politica interna: contendenti dietro i podi; e domande di politica interna poste dal moderatore, Bob Schieffer della Cbs. Ma il presidente e lo sfidante non attendono mercoledì: sono di nuovo scesi sui sentieri della campagna elettorale. Bush è nello Iowa e nel Minnesota; Kerry nell’Ohio e in Florida.

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