lunedì 15 Aprile 2024

Il giorno della memoria?

Ma qualche amnesia non è poi così male

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Un percorso per arrivare prima, in maniera più efficiente e, laddove possibile, con un numero inferiore di esami alla diagnosi di Alzheimer.
È questo l’obiettivo che si prefiggono le prime raccomandazioni intersocietarie europee sulla diagnosi dei disturbi cognitivi e dell’Alzheimer. Il documento, realizzate dagli esperti delle maggiori società scientifiche del settore e coordinate da specialisti dell’Università di Genova – Irccs Ospedale Policlinico San Martino, dell’Università di Ginevra e dell’Irccs Centro San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Brescia, sono state pubblicate sulla rivista Lancet Neurology.
“Il paziente con un deficit cognitivo iniziale ha circa il 50% di probabilità di avere l’Alzheimer oppure un’altra delle varie patologie che causano disturbi neurocognitivi”, spiega Flavio Nobili, co-coordinatore dello studio e professore di Neurologia all’Università di Genova. Oggi esistono linee guida dedicate alle diverse patologie neurocognitive e una grande gamma di esami. “Ma quando il neurologo ha di fronte per la prima volta il paziente non sa ancora di che patologia soffra”, precisa Nobili.
Il nuovo documento, partendo dalle modalità con cui si presentano i sintomi, costruisce percorsi diagnostici differenti a seconda del profilo del singolo paziente, consentendo di arrivare a individuare la patologia responsabile in tempi più rapidi e con minori sprechi di risorse. Ciò, secondo gli esperti, porterà a ridurre del 70% gli esami strumentali inutili.
Le raccomandazioni “potranno essere a breve aggiornate per l’utilizzo dei marcatori di Alzheimer nel sangue”, aggiunge il coordinatore dello studio Giovanni Frisoni, direttore del Centro della memoria agli Ospedali Universitari di Ginevra. “Tutto ciò permetterà di intercettare i pazienti con malattia di Alzheimer nel momento più adatto e, in un futuro non troppo lontano, di indirizzarli alla terapia con gli anticorpi monoclonali che speriamo arriveranno presto in Europa e che, se somministrati nei pazienti giusti in una fase iniziale della malattia, potranno ritardare la perdita della memoria”.

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