lunedì 26 Febbraio 2024

Il ritorno del mare nostrum?

Più letti

Global clowns

Note dalla Provenza

Colored

Il nostro futuro è euromediterraneo o non è?

 

Il nostro futuro è euromediterraneo o non è. L’idea di opporre Europa e Mediterraneo in quanto spazi incompatibili, frontiere dello “scontro di civiltà”, ci porterebbe tutti al suicidio, europei e mediterranei. A cominciare da noi italiani, euromediterranei per storia e geografia ma non più, oggi, per economia e geopolitica. Anzi, le prime generazioni di europeisti italiani facevano della necessità di “aggrapparsi alle Alpi per non finire in Africa” l’alfa e l’omega della loro visione.

L’ordine del giorno è ormai rovesciato: dobbiamo recuperare la dimensione mediterranea dei nostri scambi e della nostra proiezione geopolitica se non vogliamo accelerare il declino dello Stivale. Perché il Mediterraneo è la nostra Cina, più vicina e più abbordabile per le nostre imprese di taglia medio-piccola.

Un terzo del commercio mondiale transita fra Suez e Gibilterra, ma l’Italia stenta a intercettarlo. Perché non dispone delle infrastrutture portuali e di trasporto terrestre su cui invece poggiano non solo i grandi hub del Nord Europa, a cominciare da Rotterdam, ma ormai anche i nuovi grandi porti della costa Sud, come il gigantesco scalo di Tangeri, che fra qualche anno dovrebbe raggiungere i rivali del Northern Range.

Su quali basi si fonda l’ascesa del Mediterraneo? Essenzialmente sulla crescita della produzione asiatica e sul conseguente flusso di merci che attraversano il “nostro mare” per raggiungere i consumatori europei e occidentali. La crisi ha provocato un drastico calo del traffico, ma non è difficile immaginare che prima o poi tornerà a crescere, e di molto. Su questo scommettono gli investitori che negli ultimi anni hanno concentrato centinaia di miliardi di dollari sullo sviluppo dell’area mediterranea, in particolare dei paesi Meda (Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Marocco, “Palestina”, Siria, Tunisia e Turchia, più Libia come osservatore).

Un mercato da 280 milioni di abitanti, in forte sviluppo demografico ed economico, che se agganciato allo spazio europeo potrebbe aggregare un terzo del pil mondiale entro la metà del secolo (oggi l’Ue da sola è al 23%, ma secondo alcune proiezioni potrebbe scadere al 15% se non agganciasse la sponda Sud).

Chi sta scommettendo sul Sud Mediterraneo? Se il 40% degli investimenti esteri nella regione restano europei, ormai il 30% proviene dal Golfo, mentre Brasile, India, Cina e altre economie ruggenti sono al 20% e gli Stati Uniti al 10% (rispetto al 25% di dieci anni fa). Già oggi, quindi, noi europei (e in specie noi italiani), stiamo perdendo quota nella competizione mediterranea.

Per quanto riguarda il nostro paese, oltre alle evidenti carenze strutturali, pesano i fattori culturali. A cominciare dalla perdita della memoria storica di quello che il Mediterraneo ha rappresentato per noi. Non ci riferiamo al nostrum mare evocato per primo da Giulio Cesare, ma al ben più recente insediamento italiano nei principali paesi della sponda Sud, dalla Tunisia all’Egitto, dalla Turchia al Marocco. Ancora un secolo fa erano un milione circa i nostri connazionali in quest’area, profondamente incardinati nelle terre nordafricane e vicino-orientali e nei loro snodi commerciali, talvolta in posizioni di rilievo pubblico. Con le sciagurate imprese coloniali, dalla guerra di Libia in poi, ci siamo rapidamente trasformati in potenza coloniale tra le altre, solo più stracciona. E dopo la perdita dei territori d’Oltremare, conseguente al disastro della seconda guerra mondiale, la memoria dei nostri “levantini” si è definitivamente dispersa, così come la matrice della loro influenza.

La ripresa di contatto con quel mondo passa oggi
per la riscoperta del passato comune, senza oscurarne le tragedie ma ricordando la fondamentale sintonia fra gli interessi di noi mediterranei. Non sarà facile, visto che anche in Italia, come nel cuore dell’Europa che conta, il termine “mediterraneo” è scaduto a parolaccia, o quasi. Tanto che quando si riaffaccia il progetto di Euronucleo – di un’Europa carolingia centrata su Francia, Germania e dintorni – noi stessi veniamo spesso relegati nel cosiddetto “Club Med”, definizione non elogiativa. Per fortuna loro, arabi, cinesi, indiani e brasiliani non partecipano di queste fobie e tentano di usare il Mediterraneo per quel che è: un’opportunità per crescere..

 

Lucio Caracciolo

Ultime

Il fascismo inglese

Ricordiamo l'opera di Oswald Mosley

Potrebbe interessarti anche