venerdì 12 Dicembre 2025

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A Roma un professore alla gogna: avrebbe insultato un bambino africano. Ma è la solita bufala. Solo che stavolta nessuno abbocca e tutti difendono il presunto “mostro”.

ROMA – La classe dello scandalo è al terzo piano di un edificio di via Serra, collina Fleming, Roma. Ma è uno scandalo dai contorni nebulosi. Di certo c’è solo l’accusa, gravissima, ad un maestro. Definito “razzista” dalla madre di un bambino di colore: “Da due anni insulta mio figlio per il colore della pelle, dice che puzza, e invita gli altri bambini a fare altrettanto”. Eppure, gli altri genitori insorgono: “Non è vero niente”. Perché nella scuola elementare Ferrante Aporti questa storia del razzismo non torna a molti. Anzi, non torna a nessuno. Né ai genitori, né agli insegnanti, nè ai bambini. Sarà perché a insegnare musica, nella stessa classe, lo stesso maestro sotto accusa ha chiamato un afroamericano. Sarà perché nella stessa classe c’è un’altra bambina di colore, che non si è mai sentita discriminata.

Sarà perché il legale che ha reso pubblica la vicenda si è ben guardato dallo sporgere denuncia alla magistratura, ma si è mosso soltanto attraverso i media. Prima le agenzie di stampa, poi i tg regionali, le cronache locali dei quotidiani e, infine, perfino Maurizio Costanzo.

Così la grancassa suona da ormai 48 ore. Raccoglie e amplifica la denuncia dell’avvocato Andrea Falcetta: “Non potevo tacere di fronte a questa ingiustizia”. La mamma del bambino compare più volte in tv, e accusa il maestro di ogni genere di angherie, tutte a sfondo razziale, nei confronti del figlio: dagli insulti alle punizioni al limite del sadismo.

Eppure, qualcosa non torna. E basta stringere lo zoom su ciò che accade in quella classe elementare per scoprire in questa storia decine di incongruenze. Per esempio: nessun alunno della classe, in oltre due anni, ha mai raccontato di episodi di razzismo del maestro nei confronti del bambino “discriminato”. E ancora: non c’è un solo genitore che abbia avuto anche solo il sentore di un atteggiamento del genere nei comportamenti dell’insegnante.

Strano, perchè quella terza elementare è una classe “aperta”. Un paio di genitori fanno lezioni e laboratori, due volte a settimana, a stretto contatto con i maestri. Altri due hanno vissuto per mesi, sul finire dello scorso anno, gomito a gomito con gli insegnanti nella preparazione di una recita. Eppure nessuno, ma proprio nessuno, ha visto o sentito in giro razzismo.

Altrettanto strana è la storia di E. P., papà di una delle alunne, chiamato dai maestri (dunque anche dall’insegnante “razzista”) a insegnare musica in classe. E. P. è un afroamericano. Perlomeno curioso che un maestro razzista chiami un nero ad insegnare ai suoi ragazzini. Talmente curioso che, mentre sui media l’insegnante viene addidato come una specie di “mostro”, tutti i genitori stanno firmando una lettera di solidarietà all’insegnante. Si legge: “In oltre due anni non abbiamo mai riscontrato episodi di razzismo o di discriminazione nei confronti di un alunno o dell’altro, episodi che, se davvero si fossero verificati, avrebbero di certo provocato la nostra reazione pronta e sdegnata”.

Qualcuno, fuori dalla scuola, si chiede se questo legale, prima di divulgare accuse così gravi, abbia fatto delle verifiche. Nessuna. Al telefono conferma che l’unica sua fonte è la madre del bambino e il bambino stesso. “Mi bastano le loro lacrime”, dice. Poi aggiunge di non saper nulla della vita della classe. E infatti apprende da noi, per la prima volta, che c’è un maestro di musica afroamericano. Che in classe c’è un’altra bambina di colore, che in quell’aula ci sta benissimo. E sempre da noi viene a sapere, un po’ stupito, ciò che pensano della faccenda gli altri genitori. Nessun dubbio, ora avvocato? “Rifletterò, certo, e se scoprirò che è tutto frutto di un equivoco, ne sarò ben lieto”.

Ma intanto, la gr

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