domenica 14 Aprile 2024

Israele ha già perso?

Chi l'ha instradata un un sanguinoso vicolo cieco?

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Quanto accade in Palestina dev’essere inquadrato e letto a diversi livelli.
Ciò rientra nella fase di ristrutturazione mondiale che, come avvenuto in passato quando si vollero facilitare accelerazioni e salti in avanti, prevede l’innalzamento violento delle tensioni per far esplodere con esse quanto altrimenti rallenterebbe il processo. In questo gli anni di piombo italiani sono paradigmatici. Mi ripropongo di fornire quanto prima una riflessione più ampia sull’argomento.
Il conflitto rientra anche nei riposizionamenti e nelle nuove spartizioni del bottino da parte delle piccolo/medie potenze chiamate a fare da valvassori del nuovo ordinamento nascente, sempre e comunque ad egemonia americana, e che, in particolare, sono volte a ridimensionare, circondare, soffocare e strangolare l’Europa.
Infine c’è la questione in sé, che, pur essendo condizionata se non determinata dalle due dinamiche dominanti che ho citato, ha una dimensione sua e vive in sé.
Occupiamoci di essa.

Israele gioca a la va o la spacca, ma questa linea ha qualche prospettiva di vittoria?
Comunque la si rigiri, a Gaza è oggi in atto un genocidio, cui si aggiunge il suggerimento di un’ulteriore espulsione di massa, con oltre due milioni di profughi da spostare nel deserto del Sinai per concedere più terra agli ebrei. Né il genocidio in atto, né la proposta di sradicamento di un popolo, incontrano simpatie da nessuna parte. Perfino i paesi che hanno rapporti militari, d’intelligence, tecnologici, con Israele e hanno forti comunità ebraiche in casa propria, si sono espressi condannando sia i bombardamenti indiscriminati, con annessa strage degli innocenti, che la proposta di cacciata nel Sinai.
Paolo Mieli, già l’8 ottobre, si augurava pubblicamente che Israele trovasse un modo geniale e intelligente per reagire all’attacco del giorno prima perché, sottolineava, la solidarietà internazionale incassata da Tel Aviv non era mai stata così tiepida e temeva l’effetto boomerang.
Immediatamente dopo, la Ue aumentava i finanziamenti alla Palestina, la Francia condannava i coloni ebrei in Cisgiordania e votava contro all’Onu, gli stessi Usa non nascondevano critiche e perfino accuse alla politica israeliana e perfino la timida Italia, con la sua astensione all’Onu, dimostrava la sua disapprovazione nella misura in cui il suo nanismo e i trattati di resa ancora vigenti, lo consentivano.

Israele è sotto il fuoco incrociato interno
Se lo choc del 7 ottobre ha partorito un governo di unità nazionale, Netanyahu subisce attacchi concentrici dalla destra e dalla sinistra, accusato di complicità con Hamas.
Haaretz, storico giornale socialista sionista israeliano, ha riportato la dichiarazione dell’attuale premier nel 2019 ad una cena del Likud (partito di destra gemellato qui con la Lega) “Chiunque si opponga alla creazione di uno Stato palestinese deve sostenere il trasferimento di denaro dal Qatar ad Hamas”. Liebermann, falco della destra israeliana, ha rincarato la dose affermando che si sia lasciato applicare ad Hamas senza ostacolarlo, un piano già noto ai servizi militari (all’epoca egli era il ministo della guerra) fin dal 2016.
Elie Bernavi, ex ambasciatore israeliano a Parigi, condanna la linea governativa in quanto “sarebbe stato necessario riabilitare politicamente l’Anp (ex Olp di Arafat) invece di lasciar consolidare Hamas spezzando in due tronconi il territorio palestinese, che è la finalità per la quale Hamas si è rivelata utile”.
In Israele crescono le piazze contrarie ai bombardamenti discriminati e le accuse al premier.
Ma la sensazione è che si voglia scaricare la coscienza collettiva su Netanyahu, come se fosse lui il grande vecchio di Hamas. In realtà Hamas venne patrocinato proprio dalla sinistra israeliana, dopo la Guerra del Kippur del 1973, in chiave anti-Arafat, affiancando in questo le formazioni marxiste, poi scomparse dopo l’implosione sovietica. Netanyahu non ha fatto che ereditare e incassare un capitale costruito nel tempo. Forse ora ha interesse a liberarsene, ma l’impressione è che qualcuno si voglia liberare di entrambi, forse per le ragioni con cui ho aperto questo scritto.

Quali obiettivi ha Tel Aviv?
La polarizzazione estrema in atto da un mese lascia pensare che vengano perseguiti alcuni obiettivi.
Secondo il politologo ebreo Ran Halévi la strategia sarebbe quella di “indebolire Hamas a sufficienza da impedirgli di muoversi ma senza annientarlo per affidare poi Gaza a una forza di peace-keeping araba” come suggerisce l’ex premier israeliano Barak.
In pratica, l’idea sarebbe quella di decimarlo sotto le bombe, a qualunque costo di vite civili, per ridimensionarlo visto che si presume un altro futuro per Gaza, un futuro che però non può piacere alle destre israeliane. Questo significherebbe far saltare anche Netanyahu e ridimensionare i falchi israeliani al tempo stesso in un inferno senza soluzioni e ci fa sospettare che sia stato egli stessa vittima del gioco al quale ha concesso semaforo verde il 7 ottobre.
Se l’Iran non cade nella trappola e se il conflitto quindi non si estende, Israele ha già perso.
Lo ha fatto politicamente e diplomaticamente ma rischia di farlo anche militarmente.
Vediamo perché.

La vincibilissima armata
Se conquista Gaza, o buona parte di Gaza, il che non è affatto scontato, cosa ci fa? Assolutamente nulla, anzi, sarebbe uno spreco di energie anche future per nessun risultato strategico. Ma poi come la conquisterebbe Gaza? Perché la leggendaria potenza israeliana ha di sicuro qualche ragion d’essere in comparti di eccellenza, ma la sua capacità militare è di molto inferiore al suo vanto e ai luoghi comuni che la idolatrano.
Se andiamo a vedere le carte, ci accorgiamo che Israele non vince una guerra da cinquantasei anni.
Vinse la prima guerra arabo-israeliana nel 1948 ma lo fece con il sostegno internazionale e con quello militare russo. Poi trionfò nella Guerra dei Sei Giorni nel 1967 trasformandola in un mito. Fece apparire quell’azzardo come una risposta alla minaccia araba congiunta ma era falso: colpì a freddo paesi che non se lo aspettavano. Poi però non ha mai più vinto una guerra. Quella del 1973 finì per così dire “in parità” ma rafforzò la Lega Araba e comportò crisi interne. Nel 1982 l’invasione del Libano si concluse con nessuno degli obiettivi strategici centrati e con le accuse da parte dei generali ai soldati di essere demotivati e inaffidabili, Nel 2006 gli israeliani vennero platealmente sconfitti da Hezobollah. Peraltro anche dopo la Guerra dei Sei Giorni gli israeliani vennero sconfitti in diversi combattimenti corpo a corpo, nei quali Arafat conquistò la leadership alla baionetta.
Con quale costo gli israeliani potranno quindi avanzare casa per casa a Gaza, in un tipo di scontro in cui tecnicamente è sempre avvantaggiato il difensore il quale, peraltro, oggi è molto più motivato dell’attaccante, perché la mattanza in atto da settimane ha rovesciato gli stati d’animo?
E come si spaccerà un alto contributo di sangue in cambio di obiettivi non entusiasmanti (ammesso e non concesso che vengano centrati) ad un’opinione pubblica interna ostile?

Gli ostaggi
Come ho premesso, mi riprometto di ritornare al più presto sul tema della “strategia della tensione” nella ristrutturazione internazionale e sull’ipotesi che perfino Netanyahu e una leadership israeliana desueta siano nel mirino di essa, il che ci fornirebbe una spiegazione di quanto accaduto e un panorama futuro credibile. Fatto sta che non sembra che Tel Aviv oggi abbia molte prospettive di uscire dal vicolo cieco in cui si è ficcata. Perché, se non si allarga il conflitto, alla fine tutto si giocherà solo sulla vita degli ostaggi. Israele può ridurre i danni se ne ottiene la liberazione, se non altro in un certo numero, e se le riesce almeno un blitz scenico, magari concordato. Ma se gli ostaggi moriranno o se verranno liberati grazie ad accordi che aggirano e sconfessano il governo, allora sì che saranno guai da quelle parti.

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