domenica 16 Giugno 2024

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Una serie TV americana mostra il vero volto della famiglia statunitense su cui tanta retorica spende la destra moralista: ipocrisia, tradimenti, disperazione. Il tutto, ovviamente, dietro la maschera del migliore dei mondi possibili, dove tutti sorridono e va tutto a meraviglia. È l’immagine del nostro mondo post-sociale.

MARY prende una pistola e si spara. Eppure Mary aveva una vita perfetta, una casa perfetta, un marito perfetto e un figlio perfetto. Mary una mattina qualunque, nella sua casa middle class qualunque, staccionate e fiori e viali alberati e un sole sempre splendente, dopo aver preparato la colazione a suo figlio e stretto il nodo della cravatta al marito, prende una pistola e si spara. Inizia così, con Mary che la fa finita apparentemente senza ragione e con il suo sguardo che sopravvive come voce narrante, la serie televisiva numero uno in America dallo scorso ottobre (su Abc), quella che la domenica sera ha colmato il vuoto scoperchiato dalla fine di Sex and The City, diventando, con 21, quasi 22 milioni di spettatori a puntata, il dramma più popolare in tv da dieci anni a questa parte, dall’inizio di ER per intenderci.

Eppure l’esordio e anche il titolo della serie certo non brillano in ottimismo, non raccontano quell’America in salute e affamata di valori che, a giudicare anche dalle ultime presidenziali, crede e conferma fede in istituzioni come la famiglia: Desperate Housewives, alla lettera “Casalinghe disperate”, se è ossimoro peccaminoso per agli americani che votano, è richiamo seducente per le mamme e le famiglie d’America che la sera di ogni santissima domenica si siedono a ora di cena davanti alla tv.

Un successo registrato e meditato da autorevoli giornali e sociologi, dai talk show e dai periodici femminili, dalle chiacchiere e dal gossip, battezzando così lo spettacolo col nome autorevole di “fenomeno”. Che agli intellettuali pone l’interrogativo sulla verosimiglianza della tesi delle due Americhe: la California e New York, geografie televisive l’una di L-word (storie lesbo a Los Angeles), la seconda di Sex and the City, e l’America che meno si vede, meno compare negli spot, meno viene sognata eppure, per peso elettorale e dunque culturale, conta e decide.


Desperate housewives è ambientata in un sobborgo, qui chiamato Wisteria Lane, come ce ne sono a migliaia negli Stati Uniti, una periferia patinata ed idilliaca, dove tutto è bello e tutto funziona, dove i cittadini sono i prototipi dell’americano della upper o middle class, lui lavora e lei cresce i figli, auto grande, stipendio buono, cultura media, barbecue in giardino, profumo di biscotti, week end sul lago, niente fuoriposto o “brutto”, proprio come in pubblicità, o in una cerimonia.

Almeno fino a quando Mary (Brenda Strong ) si spara. E tutti si chiedono il perché. A cominciare dalle sue amiche, identiche a lei per stile di vita e scelte. La morte, la rottura della perfezione apparente, la trasgressione che il sangue introduce in una quotidianità lineare fino all’ipnosi, svela un’identità anche nel “dietro le quinte” tra le mamme e mogli di Wisteria Lane. Chi tradisce e chi viene tradita, chi è depressa e chi vorrebbe scappare, chi spergiura sull’armonia della famiglia faticosamente cresciuta e invece è vittima di una dinamica di illibertà e costrizione.

Lynette Scavo (Felicity Huffman, Frasier), ex donna in carriera che decide di dedicarsi ai suoi figli per poi pentirsene amaramente; Gabrielle Solis (Eva Longoria, Dragnet), ex top model newyorkese che ha lasciato la sua carriera per sposare un uomo molto ricco, Carlos Solis, di cui ama soprattutto il portafogli ma a letto preferisce il

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