martedì 16 Aprile 2024

L’IRAQ E LA CRISI POLITICO-MORALE ITALIANA

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Resistenza Irachena: l’espressione tabù, l’innominabile definizione che tanto infastidisce l’ infame classe politico-mediatica nostrana. Riflessioni sulla relazione tra neocolonialismo in Iraq e sopravvivenza della dicotomia Destra-Sinistra nel “politicamente corretto”.

Tratto da “Italicum”, settembre-ottobre 2004


Cavalcando l’ondata emotiva generata dal rapimento delle due ragazze italiane operanti in Iraq con l’organizzazione “Un Ponte per Baghdad”, il Partito Unico del Politicamente Corretto ha gettato anche l’ultima maschera. Tanto per esser brevi (mentre per i dettagli si leggano gli scritti di Costanzo Preve), il PUPC è quella messa in scena che gli sciocchi, da una parte, e i furbi che hanno un qualche tornaconto nel gabellarla per cosa cui corrisponde una sostanza, dall’altra, individuano con i termini “governo” e “opposizione”. Che dicono le stesse identiche cose su tutto, con l’eccezione del “conflitto d’interessi” di Berlusconi, giusto per dare un senso all’esistenza delle rispettive tifoserie.


E’ perciò normale che per questa via, in merito alla valutazione della situazione in Iraq si sia pervenuti all’oscena ammucchiata poloulivista in nome dell’”unità nazionale”, con tutto il ceto di destra, centro e sinistra del PUPC che ripete come un mantra che “non si può parlare di Resistenza irachena”. Il sottoscritto, invece, in attesa di essere perseguito in base a qualche legge retroattiva che presumibilmente escogiteranno per condannare lo “psicoreato” in questione, dichiara che è giusto e sacrosanto parlare di Resistenza irachena. Vediamo perché.


Se non si deve parlare di Resistenza irachena, significa che l’Iraq non è mai stato invaso. L’Iraq è, dunque, stato “liberato”. Chi predica questa assurdità vorrebbe far dimenticare le responsabilità degli aggressori americani (più sgherri israeliani e britannici con annessi valletti modello colonia-Italia). Di qui la filastrocca della “spirale guerra-terrorismo”, che serve per coprire il fianco sinistro del baraccone americanista, mentre il fianco destro lo si garantisce con la semplice parola d’ordine della “guerra al terrorismo”. Siccome non è possibile che questi signori non si rendano conto della versione menzognera che contribuiscono a veicolare, va dedotto che siamo in presenza di volgari tirapiedi dell’aggressore statunitense, il quale ha mentito su tutta la linea per pervenire ad uno scopo perseguito con ogni mezzo [1].


Oltre che propalatori di banalità e falsità che ripugnano al minimo senso critico, gli esponenti del PUPC si distinguono per un livello morale infimo, primo responsabile della notte fonda in cui versa la politica italiana. E’ perciò naturale che essi trovino sconvolgente la morte, il ferimento, il sequestro di ogni persona (cooperante, giornalista, militare, mercenario ecc.) appartenente – meglio se allineato – alla parte che per (loro) definizione è quella del Bene. Che poi esista una dinamica interna al PUPC è semmai una questione di dettaglio: i rifondaroli trepidano per il globalizzatore buono Baldoni (v. la sua campagna pubblicitaria per la catena McDonald’s “Quanto casino per un panino”), i camerati s’infiammano per Quattrocchi (“vi faccio vedere come muore un fascista italiano”, egli avrebbe detto, secondo costoro, in punto di morte), i preti vegliano in preghiera per gli operatori umanitari e i cristiani d’Iraq, ma il risultato generale è quello di un fronte compatto occidentalista filo-americano dedito sistematicamente all’occultamento della verità. Se poi di mezzo ci vanno dei bambini, si assiste ad un pubblico sgomento ritualizzato che assume i contorni della tragedia greca: di qui l’”orrore infinito” per i bambini di Beslan (salvo poi inscenare, su giornali e tv allineati agli Usa, un processo a Putin e alla Rus

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