martedì 25 Giugno 2024

Ma quale complotto, una vera e propria cupola controlla i poteri forti

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La McKinsey sta dappertutto. Nel mondo affianca la metà delle prime 500 società globali della classifica di “Fortune”. Ben 77 delle prime cento compagnie Usa per capitalizzazione di Borsa ricorrono ai suoi consigli. Quanto all’Italia, 18 delle prime venti imprese per capitalizzazione sono nel suo portafoglio e il 44 per cento delle prime 50 per numero di dipendenti

Con l’arrivo di Vittorio Colao, un’altra casella è stata occupata: un rappresentante dei McKinsey boys ha preso la guida di Rcs, il punto nevralgico dei poteri forti del Nord, dove oggi si sta giocando la più spettacolare riorganizzazione degli equilibri del capitalismo italiano.
Un altro colpo che alimenta la leggenda dell’influenza della McKinsey, la società di consulenza per l’alta dirigenza i cui “ex” per la prima volta occupano i posti chiave delle aziende più importanti del paese. Una generazione non più cresciuta nei tradizionali vivai come l’Olivetti o la scuola dei manager dell’Iri, o ancora la Banca d’Italia. Ma che esce dalla selezione di stampo americano applicata in azienda: laurea col massimo dei voti e master nei santuari della formazione internazionale.
Rappresentata da uomini come Corrado Passera, amministratore delegato di Banca Intesa dopo esserlo stato alle Poste, o Alessandro Profumo, stesso incarico in Unicredito, Paolo Scaroni, il capo di Enel, o Mario Greco, che guida la Ras.
E ancora Francesco Caio, boss di Cable&Wireless dopo essere passato per la Merloni, Enrico Cucchiani, amministratore del Lloyd Adriatico e Silvio Scaglia, fondatore di ebiscom. Sono almeno una ventina quelli arrivati al top della carriera e che hanno nel curriculum il passaggio in McKinsey.
Molti di più se si considerano anche le seconde e le terze file. Un marchio di fabbrica vincente o una consorteria?
A loro non piace alimentare il mito della “Spectre” mondiale della consulenza. “Stiamo molto attenti alla qualità, al profilo delle persone, scegliamo solo l’eccellenza”, preferisce il low profile Vittorio Terzi, nuovo office manager della McKinsey Italia: “In realtà siamo buoni mestieranti, e dobbiamo restare nelle cucine, mai rubare la scena ai manager dell’azienda che ci chiama”.
Ma in “Dangerous company”, il libro scritto dai giornalisti americani Charles Madigan e James O’Shea, la McKinsey veniva rappresentata come un incrocio tra la compagnia dei gesuiti e il corpo dei marines: ha la capacità di infiltrarsi nei circoli del potere con la disciplina intellettuale dei primi e la forza d’urto dei secondi nel conquistare i clienti.
Con il risultato che da noi, dove la comunità economica e finanziaria è viziata da intrecci al limite del confetto d’interesse, la comune provenienza in McKinsey finisce per creare una vero network.
Così Colao, ex assistente di Passera in Mondadori, oggi si ritrova il suo ex capo come azionista di rango di Rcs, al pari di Profumo. Lo stesso Colao siede nel consiglio d’amministrazione della Ras, chiamato come amministratore indipendente da Greco.
E le revolving doors, le porte girevoli del mondo della consulenza, fanno sì che spesso uomini McKinsey passati nelle aziende come analisti ne diventino alti dirigenti. Mario Cuccia, mandato in missione in Fideuram, c’è rimasto come condirettore generale. Massimo Capuano, oggi amministratore delegato di Borsa spa, aveva prima lavorato come consulente per la sua nascita, e persino il solito Colao è diventato aministratore di Omnitel lasciando la casacca del consulente.
La McKinsey sta dappertutto. Nel mondo affianca la metà delle prime 500 società globali della classifica di “Fortune”. Ben 77 delle prime cento compagnie Usa per capitalizzazione di Borsa ricorrono ai suoi consigli. Quanto all’Italia, 18 delle prime venti imprese per capitalizzazione sono nel suo portafoglio e il 44 per cento delle prime 50 per numero di dipendenti.
Il mondo che ha bisogno di lei non ha confini: i suoi uomini hanno riorganizzato la Nasa, Roberto Colaninno li ha chiam

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