lunedì 4 Marzo 2024

Messina

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Nella città dove con lacri­me e dolore dilaga la rabbia per quest’on­data di lutti che in parte si poteva evita­re, c’è un sindaco rimasto a ripetere che è piovuto tanto, tantissimo, come se davvero l’apocalisse su montagne senza alberi e su torrenti cementificati fosse so­lo colpa della natura e non una tragedia annunciata. Ed è sotto la montagna sfregiata del borgo di Giampilieri che echeggia il rim­provero a denti stretti del vescovo di Messina, Calogero La Piana, gli occhi ca­richi di pietà, il tono severo: “Non è col­pa della natura.
Qui le responsabilità so­no terrene. Adesso è tempo di solidarie­tà e di soccorso. Ma deve pur essere indi­cata la vera colpa. A due anni da un altro disastro simile, seppure non luttuoso, ci saremmo aspettati maggiore attenzio­ne”. Già, perché la stessa montagna che campeggia sul convento di Sant’Anto­nio, dove tre anziane suore rifocillano due pullman di terrorizzati turisti israe­liani, franò nell’ottobre del 2007 e il fan­go scivolò giù sulle fiumare ingessate, verso Scaletta, travolgendo ogni cosa, ma risparmiando vite umane. Una fortu­na. Un miracolo. Forse, un monito lan­ciato agli uomini per arginare la devasta­zione di spiagge e colline. A modo suo, la politica promise, s’im­pegnò, stanziò e in pompa magna an­nunciò una spesa di 11 milioni di euro per il territorio di questa Messina stretta sui fianchi dei Peloritani, fatta a strisce lungo fiumare zeppe di calcestruzzo. La svolta si rivelò però un proclama subito tradito e tradotto in interventi minimi per appena 900 mila euro malamente spesi, come adesso si lamenta uno dei consiglieri dell’Ordine dei geologi, Vincenzo Pinnizzotto, che i vizi della sua cit­tà li conosce da vicino: “Spesso accade che i finanziamenti destinati a mettere in sicurezza il territorio finiscano altro­ve. Esigenze politiche… A ogni emergen­za se ne parla un po’ e poi non si fa nien­te lasciando che acqua e fango dilaghino in modo selvaggio”.
È materia per la Procura di Guido Lo Forte, deciso a indagare sul reato di “di­sastro colposo”. E tanti mettono le mani avanti. Con il governatore Raffaele Lom­bardo che annuncia summit e nuovi pia­ni invocando Berlusconi (“Da soli non possiamo farcela”) e il ministro dell’Am­biente, Stefania Prestigiacomo, che ir­rompe minacciosa quando scopre la brutta fine fatta dai fondi del suo dicaste­ro: “Basta con questo modo irrazionale di distribuire i fondi per il dissesto del territorio. Ora si tratta di mettere fine a questo malgoverno, intervenire rapida­mente e richiamare anche i sindaci della provincia di Messina a una più attenta programmazione urbanistica”. Fanno la voce grossa in Procura, ma qualche dubbio viene anche agli ambien­talisti qui spesso considerati solo dei rompiscatole.
Battaglia dura, soprattutto dall’agosto del 2007, quando il Comune istituì la co­siddetta “Commissione valutazione di incidenza”, indicata dalla Giordano co­me un bubbone: “Appena due mesi do­po la costituzione, nonostante le alluvio­ni dell’ottobre 2007, ha fatto danni a mai finire, oltre ad approvare ovviamente tutto, dalla a alla zeta. E fino a ieri al Co­mune si accaparravano sul piano trien­nale delle opere pubbliche, cemento su cemento, asfalto a go-go, con le ruspe che continuano ovunque, senza mai fer­mare cantieri, lottizzazioni, palazzi, vil­le, casermoni, strade nuove, centri com­merciali a due passi dal mare, sui torren­ti… “. Una denuncia accorata, in sintonia con  lo studio fatto con la Protezione civile sui 273 comuni siciliani a rischio idrogeolo­gico: “Di questi 91 stanno in provincia di Messina. Abbiamo mandato un que­stionario. Ma ha risposto il 37 per cento. E di quei pochi il 52 per cento dichiara­no di avere interi quartieri in area a ri­schio…”.
Uno studio riflesso nel disastro che si è presentato davanti a Bertolaso quando per guadagnare la strada del mare fra le sabbie mobili di Scaletta ha dovuto var­care una delle case abbandonate, lungo la schiera che separa la statale Messina Catania, da spiaggia e ferrovia, un muro, anzi una muraglia senza continuità. Ma, violando un soggiorno abbandonato e entrando in un corridoio con i quadretti infangati, s’è accorto di camminare su un mini torrente inglobato in quella ca­sa senza padroni. L’ha capito arrivando all’orto, ricavato a ridosso dei binari del­la ferrovia. E lui, esplodendo con i suoi, con gli accompagnatori siciliani: “Lo ve­dete come si lascia costruire a due passi dai binari, tappando i corsi d’acqua, sen­za che se ne accorga nessuno, a tutti ap­parendo cosa normale. Da otto anni ripe­to le stesse cose…”. Poi gli stivali affon­dano lungo la spiaggia e marciando in parallelo con la statale si arriva al punto interrotto, un’intera palazzina piegata su se stessa, un convento di suore e un’altra casa spazzate via perché edifica­te sul letto del torrente che scende giù da Scaletta Superiore. “È l’ora che cambi tutto…” si sfoga in­fine mentre argina la rabbia di chi scava con le mani per trovare amici e parenti, bloccato al ritorno dal proprietario della casa attigua a quella del corridoio col tor­rente tappato, un agente di assicurazio­ni che impreca contro le autorità, ignaro di avere contribuito al disastro, ma fiero di stringere le mani a Bertolaso.”

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