lunedì 26 Febbraio 2024

Non eri come loro dovrai morire solo

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 All’erta nella grotta non sta più sentinella

 

Quest’anno non ho scritto nulla in occasione della tua morte, Comandante Guevara.
Quest’anno no, perché ho lasciato che il libro di Laferla, involonariamente ispirato proprio dai miei costanti omaggi alla tua figura, facesse di più. Ha fatto molto direi; ma più per me, più per noi, più per il nostro passato nazionalrivoluzionario che per te, Comandante Guevara.
Me ne sono reso conto in questa tre giorni che siamo riusciti ad animare: tre giorni di omaggio a te, Don Chisciotte della Sierra, tre giorni di confronto trasversale.
Il 7 ottobre ad Anzio, organizzata da Libertà e Azione, insieme con la giovanissima Virginia Bellucci, alla Casa delle Associazioni ti abbiamo ricordato, l’ex comandante  brigatista rosso Valerio Morucci ed io.
L’8 al Teatro Cassia, con il Movimento per l’Arte, insieme ad Andrea Purgatorio in qualità di padrone di casa e di docente di comunicazione, hanno parlato di te i direttori di giornali opposti, ed eredi di fronti opposti, Luciano Lanna (Secolo d’Italia) e Piero Sansonetti (L’Altro). E c’era Pier Franceso Pingitore colui cui venne immediatamente in mente, quarantadue anni fa quando ti uccisero, quella bellissima ballata in tuo nome che compariva sull’altra faccia del disco dedicato al mercenario di Lucera. Il nove, infine, nell’anniversario del tuo sacrificio, introdotti da Adriano Scianca, ti abbiamo ricordato Giorgio Vitangeli, esponente da sempre di quella “sinistra nazionale” di filiazione Rsi, Raffaele Morani, a lungo dirigente di Rifondazione e dichiaratamente comunista ed infine ancora io. Ti abbiamo onorato da tutte le angolazioni cosa , pensavo,  più che sufficiente.

Ti abbiamo sacrificato

Mi sbagliavo, non è sufficiente Comandante Guevara. Non può essere sufficiente se nel mondo che  dovrebbe rifarsi a te perché, come te, si vuole comunista, non c’è stato alcun impegno nel celebrarti. Non è sufficiente perché nessuno intende effettuare uno scambio di quadriglia così come può apparire da questa tua celebrazione “nera” del 2009, così assente, ovunque altrove, il mondo del Fronte Rosso. Nessuno infatti voleva e tanto meno vuole limitarsi a portare te,  Cristo di Mantegna come ti vide Jean Cau, nel nostro Pantheon vibrante e multicolore. E soprattutto, non vogliamo con ciò incoraggiare l’apostolo a rinnegarti tre volte, che dico, cento volte. “Padre nostro” insegnò ai fedeli Colui che tanto ti somiglia secondo l’intuizione devozionale del pagano Cau. Ma che il Nazareno si fosse sacrificato “per noi” apparve ai più sufficiente e di fatto si misero a pregare il Padre, oramai Suo, e a sentirsi soddisfatti del sacrificio – da Lui – compiuto su cui vivere per intercessione e di rendita. “Vai avanti tu che mi scappa da ridere.”
E anche tu Guevara ti sei sacrificato per loro e basta così, hai visto mai che dovessero essere chiamati a fare i conti con se stessi per mostrarsi all’altezza dell’uomo nuovo? Dovessero mai essere chiamati a riflettere sulla tua frase “La vera rivoluzione deve cominciare dentro di noi”?
Sansonetti lo ha spiegato chiaramente: Guevara è un mito pericoloso, ci piace – dice lui – perché ha riununciato al potere che sporca ma il suo esempio è insidioso perché bellicoso; abbandoniamolo, facciamo la marcia della pace, entriamo cioè nella sinistra americana insieme al clero progressista e violentemente non-violento. Tu, Che, ci sei d’impaccio. Hai spinto gente alla perdizione e la violenza l’hai combattuta senza mostrare l’altra guancia e ciò genera mostri. Ci obbliga ad essere uomini.

Siamo diventati tutti saggi

Non è più tempo di miti pericolosi e men che meno di leggende, Che. Così dicono in tanti e tra i tanti così dicono i tuoi fedeli; o meglio i fedeli di quell’icona che han posto nel loro sacrario di loghi e tra i tatuaggi dei loro muri. Oggi siamo tutti più buoni, come direbbe l’ultimo uomo di Zarathustra, saltellante come una pulce. Ieri sbagliammo e mettemmo a rischio il nostro vivacchiare tranquillo ma oggi abbiamo appreso finalmente la virtù che impicciolisce. “Noi mettemmo la seggiola nostra nel mezzo a uguale distanza dai gladiatori morenti e dai porci beati” – mi dite – “ma questa è mediocrità sebbene la chiamiate moderazione”. Una moderazione intrisa di saggezza d’autoconservazione tanto che il nostro passato lo riscriviamo, come aveva ben compreso Orwell. Al punto che Veltroni  scopre di non essere mai stato comunista e Alemanno di non essere mai stato fascista; e probabilmente ci credono perché il processo psichico è terribilmente verace.
Oggi non cadiamo più in tentazione, Comandante. “Io servo, tu servi, noi serviamo”.   Perfino i guerriglieri sono altro da quelli dei tempi tuoi, sono diventati miliziani della droga. Oggi non c’è più il sogno – pericolosissimo ci dicono – di libertà, d’indipendenza di anti-imperialismo e stiamo così tutti meglio. Moderati, mediocri, servili, servi.
Si muore, a milioni, di droga, si muore, a milioni, per lo sterminio quotidiano determinato dal business delle multinazionali farmaceutiche  fondato sulla ricerca e sulla terapia e soprattutto sulla certezza dell’incurabilità che è ciò che le rende miliardarie: sul genocidio. Lo sfruttamento poi è integrale; quell’Africa in cui t’incrociasti con il Mercenario di Lucera non appartiene ora  a quelli per cui combattesti tu e neppure a quelli per cui combatté lui ma alle multinazionali che l’hanno ridotta a  monoculture e l’hanno così sprofondata nella fame quando, allora, che pure stava  in condizioni indecenti, almeno sopperiva al suo fabbisogno alimentare per il novantotto per cento. Ora non ci sei più tu a combattere per i popoli né ci sono i mercenari a combattere te per i popoli. Ora tutto è libero, resta da liberare solo Cuba come continuo a leggere ovunque. E non non si riferiscono a quello che a Cuba è  occupato, la base di Guantanamo, né a quello che lì dentro viene consumato ogni istante ad opera dei democratici americani contro la dignità umana e il più basilare diritto. No, Guantanamo non guasta, non fa ombra alla virtù che impicciolisce.

Dovrai morire solo

“Non eri come loro, dovrai morire solo” così recitava la ballata del Bagaglino che Pingitore compose insieme al musicista Gribanovski e che fu affidata alla voce di Gabriella Ferri che l’immortalò. Il problema però è che sei solo anche dopo, solo nella mistificazione strumentale della tua immagine, solo nell’oblio. Sembra che tutti coloro che si richiamano a te lo vogliano fare da lontano, bene attenti a non avvicinarsi alla tua fiamma che scioglierebbe la loro cera tremula. “Per non lottare – scrivesti – ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!” E ancora “L’unica battaglia che ho perso è stata quella che ho avuto paura di combattere”.  E oggi, Comandante, hanno perso quasi tutti perché quasi tutti hanno paura.
“Rivoluzione significa trasporre nella vita di tutti i giorni i valori della guerriglia” avesti a dire, ed è una frase che mi è scolpita nella mente e nel cuore da sempre. Essa non vuol dire che si deve vivere d’imboscate ma significa che bisogna essere autentici e sempre in lotta con se stessi, non protetti da atteggiamenti o finzioni che non possono celare quello che davvero siamo e che nessuna maschera protegge di fronte alla prova. Ma qui, Comandante, i più hanno rovesciato persino la rivendicazione storica della guerriglia impregnandola dei valori comodi e vili di tutti i giorni. Non sono guerriglieri loro, sei asservito, svuotato di energie, imborghesito tu.

Aprendimos, Comandante

Non avevo scritto nulla in occasione della tua morte, Comandante Guevara, perché pensavo che questo mio compito si potesse considerare concluso. Ma mi sono reso conto che non è ancora così. “Quando si sogna da soli  – dicesti ancora – è un sogno, quando si sogna in due comincia la realtà”.
Ebbene chi come me crede che il sogno possa e debba trasformare la realtà, chi come me crede che è la leggenda che fonda la storia e che è il mito che forma la realtà, non può che scrivere ancora su di te, almeno per cercare di lacerare la cappa del silenzio e del grigiore e affinché la tua solitudine, così come quella di Merlino e del Barbarossa sia un’attesa mistica, un preludio al risveglio. Che passa per i monaci guerrieri e non per coloro che fondano ecclesie su di un sacrificio di cui non sono non dico all’altezza ma neppure così umili e onesti per ammettere che non sono all’altezza.
Ci sono ancora, o quanto meno ci saranno ancora monaci guerrieri, Comandante? A prescindere dai colori delle camicie e dai simboli che scelgono, ci sono, o ci saranno ancora uomini che amano l’avventura e odiano la prepotenza o sono diventati tutti saggi, tutti seduti su seggiole poste nel mezzo? Quien sabe!
Aprendimos a quererte Comandante Che Guevara, l’imparammo e non smetteremo di farlo. All’erta nella grotta tornerà la sentinella e chiunque essa sia, qualunque simbolo abbia nel cuore, è a lei che inviamo ancora segnali, Comandante.
E perdonaci di sopravvivere.

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