giovedì 22 Febbraio 2024

Non resistono quasi più

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La retorica della liberazione, i partigiani, e tutti i “valori” hanno abbondamente rotto le scatole di un’Italia che volta pagina

Quest’orgia di valori è nauseante. I valori della resistenza, i valori della Costituzione, i valori della famiglia, i valori del cristianesimo… I valori i valori i valori. Più ne parlano e più li strapazzano e meno si ha la percezione di cosa siano. Nel linguaggio politico sono diventati luoghi comuni, tic lessicali, banalità, moneta bucata. Quando uno, nell’affanno di dover esprimere un concetto o concludere una frase, incespica e sta per annegare nel proprio eloquio stenterello si aggrappa al primo valore che gli viene in mente. Un ragazzo uccide la fidanzata o la mamma o il fratello o un amico o un passante? Chi è chiamato in tivù a commentare la tragedia, dopo aver dato fondo al bagaglio delle banalità, aggrotta la fronte e con aria da pensatore stitico afferma: il problema è che i giovani di oggi non credono più nei valori, nel valore della vita. Applausi del pubblico. Ogni uomo di partito si appella ai valori: i valori della destra, i valori della sinistra, i valori della democrazia, i valori della Patria. E i valori immobiliari? Quelli non si esaltano, si accumulano. Di Pietro ha addirittura fondato l’italia dei valori che rende di più della Borsa Valori.

Ieri i telegiornali erano inzuppati di valori della liberazione. Da sessantaquattro anni il 25 aprile, a pranzo e a cena, ci servono pane e valori della lotta partigiana, sempre lo stesso pane rancido. La liberazione è come il Festival di Sanremo e l’elezione di miss Italia: ci tocca.

Consola l’assenza di Pippo Baudo davanti al cippo dei caduti, ma non compensa il enso di stanchezza provocato dalla logorrea degli oratori resistenziali, da Napolitano all’ultimo presidente rionale dll’Anpi. Ai quali quest’anno – che Dio lo abbia in gloria – si è affiancato Berlusconi non sapendo rinunciare a unirsi al coro delle ovvietà patriottiche. Tu quoque, Silvio. Che depressione ascoltare il nostro Cavaliere errante in Abruzzo mentre elenca il menu “valoriale” di giornate.

Scusate lo sfogo, cari lettori, ma non ci importa nulla della liberazione, è storia antica, raccontata male, distorta a scopo propagandistico, deformata da vicende famigliari, e dal desiderio di rimuovere una colpa collettiva: l’adesione in massa al fascismo fino al 24 aprile, dopo di che tutti in piazzale Loreto a sputacchiare sul “Puzzone” e sulla ragazza giustiziata con lui in puro stile talebano; così per divertimento. Che è pur sempre un valore aggiunto.

A noi preme piuttosto la Libertà (oltre a Libero), quella che riusciamo con fatica a conquistarci giorno dopo giorno col lavoro e il rispetto delle leggi, persino quelle idioet approvate in mezzo secolo da un Parlamento dove prevale ogni interesse tranne quello del popolo considerato ormai una parolaccia. Altro che resistenza ci vuole per sopportare le insegnati finte malate da tre anni e la spesa sanitaria nelle regioni del Sud, miliardi (di deficit) sprecati in ospedali costruiti col lego, citando solo due cosette registrate ieri dalla cronaca.

In nome della libertà mi prendo la licenza di irridere alla liberazione e alle sue ipocrisie. E spengo il televisore sulla faccia di un Franceschini che si intorcina fra valori.

 

Vittorio Feltri

 

 

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