lunedì 26 Febbraio 2024

Pagheremo caro, pagheremo tutto

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Tutti intercettati? E perché no, se è un macrobusiness?

La decisione di porre la fiducia sul ddl intercettazioni non è questione politica. O almeno non è ”solo” un ennesimo capitolo dello scontro tra maggioranza e opposizione. A convincere il capo del governo che non è più tempo per i tavoli di discussione e per gli emendamenti che un po’ aggiungono e un po’ tolgono, sono stati gli ultimi dati raccolti dal ministero della Giustizia nel monitoraggio sull’attività di intercettazione delle 165 procure italiane. La relazione, che il Guardasigilli Angelino Alfano ha consegnato nei giorni scorsi al premier Berlusconi, evidenzia come quello delle intercettazioni telefoniche sia diventato ormai un sistema economico e finanziario malato, che non rispetta alcun parametro di economicità e razionalità della spesa pubblica. Due esempi, su tutti, disegnano bene la gravità della situazione: la grandissima differenza di spesa per una singola intercettazione nelle varie procure d’Italia, con diversità di costi che spaziano dai cinque euro spesi dalla Procura di Roma per una singola intercettazione ai 27 euro che spendono i pm di Lodi per la stessa identica operazione. E poi, ancora, la scoperta dei tecnici dell’Umi, la speciale task force ministeriale voluta da Alfano per effettuare il primo grande censimento dei costi di questo tipo: è cioè che spesso si spendono cifre diverse all’interno delle stesse Procure. Significa che all’interno del medesimo ufficio, un pm spende sette euro per ascoltare le telefonate di un suo indagato mentre il pm della porta accanto ne spende venti.
A giudizio dei vertici di via Arenula, è la dimostrazione di come il grande business delle intercettazioni sia ormai fuori controllo; soprattutto fuori dal controllo dei capi delle Procure che dovrebbero vigilare sull’operato dei singoli magistrati inquirenti. E’ questo che il Guardasigilli Alfano ha voluto rappresentare al premier: l’anomalia assoluta di un sistema in cui esiste una figura committente che richiede un servizio che ha un certo costo (il pm), una seconda figura che quel servizio esegue (la ditta che affitta le apparecchiature per gli ascolti), e una terza figura (il ministero) che è chiamata solo a pagare, senza poter effettuare alcun controllo sulla qualità e sulla redditività del servizio fornito. In altre parole, non esiste alcun modo di valutare il rapporto tra costi e benefici su una fetta di spesa pubblica da 224 milioni nel 2007, 228 milioni nel 2006 e, complessivamente, da 1,279 miliardi di euro negli ultimi cinque anni.
Ma a drogare il mercato non sono solamente le cifre per le intercettazioni telefoniche, perché il letterale impazzimento dei numeri si verifica quando c’è da piazzare una microspia: a Roma l’affitto giornaliero di una cimice costa poco meno di venti euro; a Catania, costa poco meno di duecento euro. E ancora, ci sono procure come quelle di Genova, Sassari e Monza che pagano 800 euro il tecnico che riesce a forzare la serratura di un appartamento, penetrare all’interno e piazzare una microspia oppure una microtelecamera in modo perfetto; ma perché alla procura di Ancona ne pagano tremila, per lo stesso servizio? In un sistema economico del genere, dove non esiste alcun controllo sulla spesa, le aziende private che offrono questi servizi alle Procure sono decuplicate nel giro di pochi anni; solo a Palermo ne hanno contate 214. E alcune di queste trovano anche il modo di raddoppiare gli utili: prima piazzano le microspie per conto dei pm e poi bonificano gli ambienti per conto degli indagati.

Non stupitevi. Un paio di settimane fa abbiamo riportato le cifre del buisness della pirateria. Tempo fa in “Geopolitica della droga e del petrolio”, quaderno del centro Studi Polaris documentammo la mainmise del Crimine Organizzato sul mondo. Del resto non a caso le mafie vinsero l’ultimo conflitto mondiale e organizzarono il sistema con banche e multinazionali fondate sul padrinato. Tutto, oramai, è un grosso mangia-mangia. Il terrore è al contempo un cemento per oligarchie traballanti, un giocattolo di cosche e un affare ghiotto. Figuriamoci dunque le necessità di ascolto e di controllo: la stima qui riportata spiega perché il Grande Fratello ci ascolta. Per catalogarci? Forse ma soprattutto perché conviene, siamo tutti vacche da mungere e ci sono tanti lattai.

 

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