giovedì 22 Febbraio 2024

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Le confessioni di un marine americano: stiamo commettendo un genocidio, abbiamo eliminato almeno centomila iracheni, molti dei quali erano civili, spesso bambini.

È stato un massacro. Il mio battaglione era stato dispiegato in una zona periferica di Baghdad. Qui avevamo allestito un posto di blocco. Gli ordini erano precisi: sparare alle macchine che non si fossero fermate al nostro segnale di alt. Nel giro di quarantotto ore abbiamo ucciso trenta civili. Dentro le loro automobili non abbiamo trovato nessuna arma. Abbiamo finito il lavoro gettando i loro corpi in una fossa, come ci era stato ordinato dai nostri superiori». Jimmy Massey parla con distacco dell’inferno che ha visto e vissuto in prima persona in Iraq. Le sue parole sono misurate, il tono della sua voce è calmo e piatto, il suo sguardo molto spesso si abbassa a guardare le sue mani, mani che hanno sparato e ucciso altri esseri umani. Quando venne richiamato negli Stati Uniti, nel dicembre del 2003, il sergente Massey del corpo dei Marines venne colpito da una forte crisi depressiva. «Non ci sono medicine per poter curare le ferite dell’anima:sono sfregi
interiori che rimarranno per sempre».
Jimmy Massey, 33 anni, dodici dei quali spesi nell’Esercito, è giunto a Toronto in occasione dell’inizio delle udienze presso l’Immigration and Refugee Board di Jeremy Hinzman, il soldato americano che, dopo essersi
rifiutato di partire per l’Iraq, è fuggito dagli Stati Uniti e sta cercando ora di ottenere asilo politico in Canada. Massey porterà le sue esperienze vissute in Iraq di fronte alla commissione, per ribadire che «la guerra fatta dagli Stati Uniti è illegale e rifiutare di parteciparvi è un diritto».
«Ho fatto parte del corpo dei Marines per dodici anni -racconta l’ex soldato – in questo periodo ho avuto molti compiti, ho partecipato a varie missioni. Nell’inverno del 2002, nella nostra base nel North Carolina, iniziammo un’esercitazione specifica sulla guerriglia urbana che durò parecchie settimane. Quindi la preparazione venne incentrata sulla chiusura e il sabotaggio di pozzi petroliferi: nelle esercitazioni utilizzavamo le mappe di Ar Rumaylah, una località meridionale dell’Iraq. Il 2 gennaio ricevetti la telefonata dai miei superiori: sarei stato dislocato in Kuwait, in una missione top secret».
«Arrivammo in Kuwait il 22 gennaio. In tutto eravamo circa 1.200 marines. Qui iniziò la nostra preparazione specifica per l’invasione dell’Iraq. A metà febbraio 2003 eravamo pronti, aspettavamo da un giorno all’altro l’ordine per iniziare l’attacco». Le operazioni di guerra partirono il 22 marzo e Massey si trovò sin da subito in prima linea. «Non ci furono grossi problemi – ricorda – la resistenza che ci trovammo di fronte era male armata, disorganizzata. I vertici militari hanno parlato dell’uso di armi intelligenti, capaci di centrare
obiettivi specifici con grande precisione. In realtà fin dall’inizio del conflitto l’esercito americano fece un largo utilizzo di “cluster bomb” e bombe al napalm: era facile vedere civili iracheni morti sui bordi delle strade, completamente dilaniati, sfigurati, divorati dai vermi e dalle mosche».
Il punto di vista di Massey sull’intervento in Iraq ha vissuto con il passare dei mesi una parabola tipica di molti altri suoi commilitoni.
Partito dagli Stati Uniti con la convinzione «che l’Iraq avesse armi di distruzione di massa e che il regime di Saddam andasse neutralizzato» con il passare delle settimane la sua posizione è radicalmente cambiata.
«La nostra avanzata verso nord procedeva senza troppi intoppi – ricorda l’ex sergente – il mio battaglione fu assegnato alla presa di Salman Pak, quello che secondo la stampa americana doveva essere un campo d’addestramento per terroristi e che in realtà era il centro dell’Intelligence irachena: la struttura era occupata solamente da civili, ma questo lo scoprimmo solamente in un secondo momento. Il blitz scattò di notte, entrammo dentro e iniziammo a sparare all’impazzata, come “cowboy”, uccidendo chiunque vedessimo di fronte a noi»

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