giovedì 22 Febbraio 2024

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Si vedono in tv col caschetto, sorridenti, indaffarati e si pensa che siano quasi comparse in uno spot buono a fare propaganda. Invece gli operai che stanno rimettendo su l’Abruzzo sono proprio così, anche quando non ci sono telecamere. Si parla di ricostruzione e si è portati a pensare che quelle palazzine antisismiche dall’aria rassicurante e graziosa siano una “chicca” in un contesto di non meglio definite «casette». Invece, le centinaia di «casette» di cui si parla sono proprio quelle palazzine. Di più: sui luoghi del terremoto si scopre che la ricostruzione è anche nuova viabilità, nuova pianificazione dei servizi, negozi aperti dove prima c’erano campi, perché lì ora ci sono le case, le persone, un intero tessuto sociale da riannodare.
In un Paese in cui ancora si firmano le ordinanze per il disastro di Sarno e certi Comuni discutono di come reinvestire i fondi del terremoto dell’Irpinia, non c’è da stupirsi o indignarsi se per credere a tanta efficienza bisogna vederla. Del resto, quando si sono svegliati tra le macerie del terremoto, all’indomani del 6 aprile, i primi a non crederci erano proprio gli abruzzesi. «I primi giorni – racconta Valerio Di Pasquale – le persone che venivano a prendere gli aiuti facevano le scorte, dicevano “questi sono i primi giorni, poi dopo non si vedrà più nessuno”. È andata avanti così per un po’, poi tutti hanno capito che non sarebbero stati abbandonati». Di Pasquale, aquilano e terremotato anche lui, in quei giorni era fra i volontari dell’organizzazione Soccorso sociale, che ha avuto un ruolo di raccordo tra altre realtà impegnate per aiutare i terremotati, da Azione giovani a CasaPound fino ad Ambiente e/è vita. Oggi è una persona che rivendica con orgoglio due cose che per anni in Italia sono state considerate aliene e da guardare con sospetto: uso del potere esecutivo e decisionismo. «L’intuizione del decisionismo e la buona azione di governo hanno portato risultati veri, tangibili», dice, elogiando il lavoro del premier Silvio Berlusconi e del capo della Protezione civile Guido Bertolaso e aggiungendo che «fa rabbia vedere che non riusciamo a comunicare la realtà effettiva di quello che sta accadendo». La sensazione che hanno molti abruzzesi è che tra scetticismo, strumentalizzazioni o semplice superficialità dei messaggi nel resto d’Italia non stia passando la misura esatta della ricostruzione, ovvero che qui si apre una finestra sull’Italia che possiamo essere quando ci liberiamo di certi antichi freni. Prima del terremoto il lavoro di Di Pasquale era fare consulenza alle aziende. La sua attività è la stessa anche oggi e attualmente è direttore del consorzio “Ricostruire l’Aquila”, fatto di «imprese del territorio che si sono messe insieme a quelle più grandi, venute anche da fuori». Di lacci della burocrazia, tempi morti e sistema-Paese frenato, Di Pasquale nella sua “vita precedente” qualcosa deve averne saputo. Invece oggi a Pagliare di Sassa, a 9 chilometri dall’Aquila, ti guida in un cantiere in cui le case crescono a vista d’occhio; in cui 200 operai lavorano, a turni, 24 ore su 24 per sette giorni alla settimana, hanno vitto, alloggio e assistenza medica. Nel cantiere di Pagliare di Sassa c’è un presidio fisso della Asl e se un muratore non si sente bene il medico gli dice di starsene a casa. Le norme di sicurezza sono tutte rispettate e ogni addetto ha il suo bel caschetto, l’attrezzatura antifortunistica e un compenso economico adeguato allo sforzo che gli è richiesto. Tutto è proprio come dovrebbe essere, «perché se abbatti i tempi – chiarisce Di Pasquale – puoi permetterti di spendere di più, contenendo comunque le spese rispetto a quello che spenderesti per un cantiere di tre anni». L’esperienza dell’efficienza non riguarda solo il consorzio “Ricostruire l’Aquila” o il“Progetto case”: erano anni che si discuteva di trasformare l’eliporto in aeroporto, in 40 giorni è stato fatto e ci sono già i voli di linea. L’ex eliporto è stato ampliato per le attività di soccorso, ma dal 2 luglio – quando è stato inaugurato – è un’infrastruttura stabile non solo dell’Abruzzo ma di tutto il centro Italia. Anche le cosiddette “casette” sono il frutto di un’emergenza, che però resterà al territorio: l’Aquila è la quarta città universitaria d’Italia, prima del terremoto ospitava 20mila studenti, le costruzioni che in futuro diventeranno alloggi per fuori sede ne attireranno ancora di più. Nelle poche settimane di preparazione del G8 sono stati costruiti cinque chilometri e mezzo di strade, 5500 metri. Qualche tempo fa all’amministrazione comunale sono serviti 22 mesi per costruirne 500. Non sono colpe quelle che si cercano, ma risultati: «Io so che adesso – dice Di Pasquale – se vieni qui ci sono palazzine, appartamenti, villaggi, scuole, asili, auditorium tutte cose che tocchi con mano».
A Poggio Picenze per costruire l’asilo ci sono voluti 45 giorni. «In una situazione di normalità ci sarebbero voluti sei, sette mesi», spiega l’assessore ai Lavori pubblici, Mario Masci, che come molti suoi colleghi il terremoto l’ha vissuto da cittadino colpito, amministratore e volontario. Nei giorni a ridosso della grande scossa lo si vedeva spesso coordinare gli aiuti con i volontari di CasaPound, in cima al campetto in cui era allestita la tendopoli. Ora che la normalizzazione è in atto la priorità di Masci è rimettere in piedi palazzi e servizi. E farlo in fretta, «ma meno vincoli non vuol dire meno legalità, vuol dire poter prendere decisioni più rapide. Quello che abbiamo fatto – chiarisce Masci – è stato seguire le direttive della Protezione civile. In Comune non ci siamo certo messi a piangere sul latte versato».
Anche Villa Sant’Angelo, 450 anime a 19 chilometri dal capoluogo, la parola d’ordine è efficienza tanto che il sindaco, Pierluigi Biondi, può dire: «Da noi le cose vanno molto bene». E alla domanda, «Ma le persone sono contente?», risponde con una sola riserva: «Sì. Certo, considerando quello che è successo…». «Tempo un mese tutti saranno in una casa», spiega il primo cittadino, chiarendo che «il governo dà risorse, idee, volontà poi l’amministrazione le declina sul territorio». Tradotto in opere, significa che qui «per la ricostruzione abbiamo fatto una specie di mini piano regolatore». I piani regolatori, si sa, sono faccende che possono portare via anni, anche nei piccoli centri. Nel giro di qualche mese, invece, a Villa Sant’Angelo è stato preparato un master plan, sono state individuate le aree verdi, quelle residenziali e sono state studiate una nuova viabilità e una nuova mappa dei servizi per fare in modo che le 94 nuove case non fossero piccole cattedrali nel deserto. «Bertolaso è stato molto presente e la Protezione civile – spiega Biondi – è stata un interlocutore attento, ma che ci ha molto lasciato fare. Con questa formula tutti abbiamo lavorato bene». Un ruolo lo ha avuto la deburocratizzazione, la possibilità per esempio di avere vincoli allentati nei depositi al genio civile o di procedere a espropri rapidi senza incorrere in strascichi giudiziari: «Abbiamo potuto fare tutto velocemente e – precisa Biondi – con la comprensione della popolazione, però una cosa la voglio sottolineare: ci siamo attenuti al codice civile. Le tipologie dei fabbricati sono state rispettate, le distanze tra palazzi sono quelle indicate dalla legge. Abbiamo fatto tutto come si deve. Diciamo che abbiamo interpretato in maniera positiva la norma, ma essere stati liberati da certa burocrazia è stato molto utile».

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