domenica 14 Aprile 2024

Rivolta contro il mondo moderno. Settant’anni dopo.

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A settant’anni dalla sua prima pubblicazione, il testo più importante di Julius Evola conserva intatta la sua carica rivoluzionaria. “Chi lo legge si sente trasformato” disse Gotfried Benn. Ecco invece cosa ne pensava un acuto lettore italiano e fascista, in una recensione del 1935.

Recensione di Rivolta contro il mondo moderno apparsa, a firma di F. Burzio, sul Corriere Padano del 28 settembre 1935, riprodotta nel numero 47 (luglio 2004) di Margini. Letture e riletture, periodico della Libreria Ar


Quando uno scrittore pone, ad epigrafe del capitolo conclusivo del proprio libro fondamentale , le seguenti parole del De Maistre: «Bisogna tenersi pronti ad un avvenimento immenso nell’ordine divino, verso il quale marciamo con velocità accelerata» – e questo scrittore ha la serietà di Evola, ci si può attendere che il suo libro non dica cose banali. Evola sta svolgendo e popolarizzando ormai da anni, dalla pagina filosofica quindicinale di Regime fascista, intorno al quale si raccoglie tutto un gruppo di scrittori, un’attività, che si concretò dapprima in difficili libri e in riviste per ristretti cenacoli: e tale attività col pensiero che la informa, mi sembrano tra i più singolari e significativi dell’ora presente.


Dire ch’essa rappresenti un indirizzo affine, sotto qualche aspetto, al Nazismo (allo stesso modo che, al polo opposto, l’atteggiamento delle riviste giovanili romane: Saggiatore, Oggi, Cantiere può definirsi più o meno filo-bolscevico) non è che un semplice schematizzare.


Vediamo qualche spunto del pensiero di Evola. Sua tesi fondamentale è la negazione dell’idea di evoluzione e di progresso: è, anzi, il concetto opposto, cioè è la natura decadente del mondo moderno: «nulla ci appare assurdo come l’idea del progresso, col suo corollario, la preminenza delle civiltà moderna». Opposta ad essa, la civiltà «tradizionale»: «per comprendere, sia lo spirito tradizionale che il mondo moderno in quanto negazione di esse, bisogna partire dall’insegnamento circa le due nature. Vi è un ordine fisico e vi è un ordine metafisico. Vi è la natura mortale e vi è la natura degli immortali. Vi è la regione superiore dell’‘essere’ e vi è quella infera del ‘divenire’. Vi è un visibile e un tangibile e, prima e di là da esso, vi è un invisibile e un intangibile, quale sopramondo, principio e vita vera… Il mondo tradizionale conobbe questi due grandi poli dell’esistenza, e le vie che dall’uno conducono all’altro. Conobbe la spiritualità come ciò che sta di là sia da vita che da morte. Conobbe che l’esistenza esterna è nulla, se non è un’approssimazione verso il sopramondo… Un mondo tradizionale conobbe la Divinità Regale. Conobbe l’atto del transito: la Iniziazione – le due grandi vie dell’approssimazione: l’Azione eroica e la Contemplazione – la mediazione: il Rito – il grande sostegno: La Legge tradizionale , la Casta – il simbolo terreno: l’Impero».


Vi rendete ben conto di quel che significa tutto questo? Il fatto, cioè, che questo linguaggio inaudito (voglio propriamente dire: non più udito da secoli o da millenni) sia contemporaneo del bolscevismo? E fino a qual punto (appoggiato più o meno alla forza del Nazismo, e ad altre), esso illumini di cruda luce le antitesi e le profondità abissali del nostro tempo? Né crediate si tratti di mera «religiosità» o di flebile «legittimismo», ché vuol essere invece l’eco di cose immensamente più profonde ed antiche: «Imperialismo pagano» è infatti il nome che

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