giovedì 22 Febbraio 2024

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Centotrentanove anni fa la Capitale fu restituita alla Patria

             Il 20 settembre del 1870 attraverso la breccia di Porta Pia i bersaglieri entravano in Roma sollevandola dall’occupazione pontificia e la riunivano alla Madre Patria.
In quel corpo scelse di servire Benito Mussolini. Gli avrebbe fatto poi erigere, proprio in prossimità della breccia, una statua impreziosita dall’omaggio di una poesia del Vate D’Annunzio. Il Duce ebbe sempre cara quella data e, prima ancora, la meravigliosa epopea della Repubblica Romana del 1849, cui dedicò onori ed opere durante il Ventennio e dalla quale derivò l’intera iconografia e simbologia epica della Rsi.

Ventuno anni prima dell’entrata dei bersaglieri, la Repubblica Romana era stata proclamata in una splendida alba di entusiasmo popolare. Aveva conosciuto indici di adesione immensi come raramente se ne registreranno nella storia. Solo quasi un secolo più tardi le proporzioni nei plebisciti delle regioni tedesche chiamate a pronunciarsi sul ritorno alla Patria saranno simili a quelle che attestarono l’entusiasmo per il Triumvirato del Campidoglio.  In nessun altro luogo italiano il Risorgimento fu così popolare e godè del pressoché totale consenso. Il fermento unanime di popolo produsse un esperimento accompagnato da diffuso entusiasmo che fu schiacciato da un esercito di occupazione, quello francese, scagliatosi contro la giovane Repubblica.  Fu una lotta impari e insostenibile ma combattuta dai romani, dai cittadini pontifici  e dai volontari italiani accorsi da ovunque, tra i quali ci piace ricordare Goffredo Mameli, l’autore del nostro inno nazionale, così eroicamente che il nome di Roma tornò, dopo secoli, a coprirsi di gloria universale.

A chiamare l’esercito straniero per restaurare il pieno potere temporale era stato lo stesso Papa, cui poco importava se la Francia della IIème République era zeppa di massoni che avrebbero ucciso  migliaia di cattolici e alcuni preti che alla Repubblica avevano aderito con calore. Si strinsero, questi, in foltissimo numero principalmente intorno alla figura del triumviro Carlo Armellini, già ministro pontificio, avvocato della Curia, che insieme ad Aurelio Saliceti scrisse la Costituzione della Repubblica assediata. Il motto della Repubblica fu Dio e Popolo. Ma che importa tutto questo? Si è massoni o no a seconda di quel che più garba a chi scomunica. E ad essere scomunicata fu solo la Repubblica Romana perché aveva osato commettere il peccato più grande: essere viva, gioiosa ed avere avuto fiducia in se stessa e negli uomini.

A chiamare i francesi per macellare coloro che, a causa del noto falso della “donazione di Costantino”, erano i suoi sudditi, era stato quello stesso Pio IX che si trovava ancora a Roma in quel radioso settembre. Ma i francesi non potevano più intervenire al suo sanguinoso richiamo: erano bloccati a combattere – e perdere rovinosamente – contro i prussiani di Bismarck che, in un colpo solo, con quella guerra, avrebbe riunito la Germania e permesso la riunificazione finale dell’Italia con la restituzione ad essa della sua Capitale. Italia e Germania: un millennario  destino ghibellino che ne accomuna la sorte nelle vicende essenziali e che anche allora si manifestò fatalmente. E fu dietro le piume al vento dei bersaglieri che il Fato sorrise gioioso.

Centotrentanove anni fa Roma fu restituita a Roma.

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