martedì 23 Aprile 2024

Siamo tutti sempre romani

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Il passato è tutto intorno a noi e continua a influenzarci

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Habent sua fata libelli, ovvero i libri hanno un loro destino, come dicevano i Romani. Alcuni anni fa, quando il mio libro Roma: la prima morte di Marco Aurelio venne pubblicato in Germania, alcuni lettori mi accusarono di essere diventato un voltagabbana e un traditore: «Hai ab­bandonato Cartagine per Roma!» Mi piac­ciono molto le affermazioni di questo genere perché, a parte il fatto che rivelano che qualcuno ha letto il mio libro, ci dico­no ché le persone possono ancora appassionarsi per fatti accaduti in un lontano passato. Infatti, il passato non è mai «pas­sato». Il passato è tutto intorno a noi e continua a influenzarci.
Un diplomatico che aveva fatto un viag­gio in Sicilia mi raccontò di un avverti­mento che aveva ricevuto da alcuni uomi­ni d’affari a Marsala (l’antica Lilibeo, roccaforte cartaginese). Quando seppero che la tappa successiva sarebbe stata Siracusa, gli dissero: « Stia attento, sono gente poco affidabile, tempo fa sono passati ai romani». Questo «tempo fa… » risaliva all’anno 264 a. C., ovvero a circa 2.270 anni prima. Quando chiesi se gli escrementi dei piccioni causassero dei danni al tetto della biblioteca dell’università di Salamanca, il guardiano mi disse «non recen­temente, il tetto è nuovo» (è stato costruito nel 1509). Quando il New College di Oxford dovette essere restaurato, gli ar­chitetti si sentirono del tutto impotenti, perché il tetto della Great Hall (l’aula ma­gna) era sostenuto da quattro immensi pilastri, ognuno costituito da un enorme tronco di quercia, ed era impossibile tro­vare in qualsiasi parte d’Europa delle querce di tali dimensioni. Il giardiniere del College si dimostrò tuttavia capace di risolvere il problema: sapeva che nel 1379 i fondatori del College, in previsio­ne di eventuali futuri lavori di riparazio­ne, avevano provveduto a piantare delle querce in qualche luogo sperduto e di­menticato dell’Inghilterra. Gli architetti riuscirono a localizzarlo e vi si recarono, scoprendo centinaia di alberi gigante­schi. Fu così possibile sostituire i vecchi pilastri e il College decise di piantare altri alberi in previsione dei prossimi lavori di restauro del 2700.
Negli anni scorsi è stata costruita una nuova linea della metropolitana di Colo­nia. Alcune settimane fa, l’edifìcio che ospitava l’Archivio della città di Colonia è crollato, causando la morte di due per­sone e seppellendo sotto le macerie dei documenti che risalgono al X secolo. Può darsi che questo incidente sia dovuto ad un errore, alla mancanza di sufficienti misure di sicurezza o ad altro. Ma l’errore più grande è stato proprio lo scavo in se stesso. La gente diceva: le fondamenta sono insicuro e vacillano per due motivi: alla fine della Seconda guierra mondiale, quando Colonia era completamente di­strutta, i crateri provocati dalle bombe fu­rono semplicemente riempiti con le ma­cerie e su queste vennero costruiti dei nuovi edifici, ma sotto a tutto ciò esistono catacombe, condotte idriche, sotterra­nei, cioè le vestigia di Colonia Claudia Ara Agrippinensium, che nell’antichità era la più grande città romana a nord del­le Alpi. Non certo il posto più adatto per scavare delle gallerie.
La storia rappresenta le fondamenta dell’edificio in cui tutti noi vi­viamo. Possiamo non cono­scerla, o ignorarla deliberata­mente, ma la storia c’è, esiste. E per un narratore, la storia è una cantina in cui si cela un tesoro inesauribile, pieno di storie e racconti meravigliosi, di personaggi affascinanti, di fatti che ci sembrano distanti nel tempo e vicini allo stesso tempo, perché dopo tutto so­no fatti della stessa materia di cui siamo fatti noi (e i nostri sogni): fame, lussuria, passio­ne, crudeltà, amore, tenerez­za, potere e denaro. Quando mi interrogo sul perché ho scelto proprio l’antichità inve­ce che, ad esempio, il mondo affascinante e complesso del medioevo, trovo diverse ra­gioni per spiegarlo. Una di queste è che tutto ha inizio proprio da lì: la politica e la poesia, l’arte e la filosofìa, il lusso e la miseria, il peggio e il meglio, i nostri ar­chetipi e gran parte delle nostre metafo­re. Per molti anni Parigi è stata chiamata l’Atene sulla Senna, Washington è stata soprannominata la Nuova Roma, ogni cit­tà sotto assedio è diventata Troia, e in un certo senso, ogni vagabondo è diventato un Ulisse e ogni imperatore un Kaiser, cioè Caesar. Dopo la caduta dell’impero romano ci sono voluti quasi 1.500 anni perché si potesse di nuovo tornare alla qualità delle strade, degli acquedotti e della distribuzione alimentare di cui l’Europa occidentale godeva nel 400 d. C. Ma i Romani non furono soltanto dei fantastici costruttori e ammini­stratori. Ci hanno dato, è vero, acquedotti, Grazio, Virgilio e Catullo, ma sono stati anche dei grandi maestri di distruzio­ne e genocidio. Basti pensare al 146 a. C., anno in cui, nel giro di pochi mesi, raserò al suolo e bruciarono Cartagine e Corinto, uccidendo quasi un milione di persone. Anche lo splendore di ciò che Roma rap­presentava aveva i suoi lati oscuri, molto oscuri.
Tuttavia i romani non ucci­sero mai nel nome di un dio, e forse è questo l’aspetto che mi attrae maggiormente. Il mon­do antico non era di certo un paradiso ma prima dell’«esplosione» del monoteismo, era un mondo aperto, affama­to di conoscenza e gloriosamente «umano». E, tra l’altro, ho un motivo in più per sentirmi «antico».  La città in cui vivo, Bonn, ven­ne fondata 2.020 armi fa come vicus (vil­laggio) romano, e poi divenne castra (una serie di fortificazioni) che ospitava fino a tre legioni. Questo accadeva un po’ di tempo fà ma in termini storici, molto di recente. E per questo che civis romanus sum (sono un cittadino romano).

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