lunedì 15 Aprile 2024

Svolta scandinava

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Il carcere di Padova si prepara ad essere il primo istituto dove i detenuti potrebbero avere momenti di riservatezza con il partner: un’idea a cui si intende dare seguito dopo la recente sentenza della Consulta, la quale ha stabilito l’illegittimità del divieto di colloqui intimi tra detenuti e familiari.
E a distanza di poche ore dal suo annuncio, il cosiddetto progetto della ‘stanza dell’amore’ è già un caso: il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Ostellari frena sottolineando che “in proposito non esiste alcuna autorizzazione specifica riguardante la casa di reclusione Due Palazzi di Padova o altro istituto in Italia”.
Ma i promotori ribattono: “Lo stesso capo del Dap si è già detto pubblicamente favorevole a questo tipo di iniziative. Per il piano è stato coinvolto il direttore del carcere, poi una volta fatto il sopralluogo sarà presentato alla Cassa delle ammende per la richiesta dei fondi”, sostiene Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti, la rivista che sta collaborando al progetto. La sperimentazione dovrebbe partire subito con la creazioni di piccoli prefabbricati mobili, in pratica dei container, in un’area verde del cortile dell’istituto di pena. Si tratterebbe di strutture simili a quelle già esistenti nel carcere di Bollate, ma nel caso di Padova gli incontri con familiari o congiunti avverrebbero senza il controllo visivo. Sulla questione di garantire ai detenuti la privacy negli incontri con i propri cari in realtà esiste una convergenza della politica e dell’amministrazione penitenziaria sulla spinta della pronuncia della Corte costituzionale a gennaio. Anche se l’intenzione è di studiare prima l’aspetto nelle modalità e nei luoghi. Fonti del Dap spiegano che il primo passo è la costituzione di un tavolo di lavoro al quale parteciperanno il dipartimento e i provveditorati: sarà aperto a tante parti in causa sul tema, come i magistrati di sorveglianza. Lo stesso Ostellari conferma: “Le carceri hanno bisogno di serietà, non di propaganda. Sarà costituito un tavolo di lavoro per approfondire la questione”. Serviranno quindi protocolli e linee guida, anche per stabilire quali tipologie di detenuti potranno accedere a questo tipo di benefici (saranno sicuramente esclusi i detenuti in regime di 41bis e i reclusi per altri reati specifici) e quali dovranno essere le modalità di sorveglianza. Di sicuro si tratta di un tema al quale già qualche giorno fa in commissione Giustizia il capo del Dap, Giovanni Russo, si era detto favorevole, parlando di una “iniziativa partecipata” aperta anche ad avvocati, architetti e psicologi per far partire in due o tre istituti penitenziari già esistenti “questa sperimentazione”. Di fronte ai deputati, Russo si era anche espresso sulle telefonate dei detenuti con i familiari, specificando che “sono un elemento del trattamento, già adesso il direttore del carcere ha la possibilità di autorizzare anche cento telefonate al giorno, la nostra proposta – aveva sottolineato – non prevede limiti al numero di telefonate”. Parole che hanno sollevato dubbi e polemiche da parte dei sindacati degli agenti. “Invece di affrontare una situazione sempre più drammatica nelle carceri, con venti suicidi, oltre a ventiquattro morti per altre cause dall’inizio dell’anno e 1.800 aggressioni al personale penitenziario nel 2023, si ricorre a misure estemporanee in parte non nuove come i colloqui intimi”, attacca Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato di polizia penitenziaria. E Leo Beneduci, dell’Osapp, aggiunge: “per le telefonate dei detenuti gli appartenenti al Corpo devono essere presenti durante ciascuna conversazione per ovvi motivi di sicurezza e, se si considera che mancano addetti in ogni istituto, ci si rende conto quale valore pratico possono avere consimili affermazioni”.

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