martedì 25 Giugno 2024

Tra rivolte contadine ed elezioni europee

Che attendersi dalla miscela populista?

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Le agitazioni degli agricoltori in Francia e in Germania si stagliano sullo sfondo della competizione elettorale per Bruxelles che avrà luogo a giugno.
Queste proteste dovrebbero fornire ulteriori argomenti e forse dei voti alle destre populiste che vanno già per la maggiore. L’RN di Marine Le Pen è nei sondaggi il primo partito, lo è nei fatti il PVV olandese di Wilders. In Germania l’AfD è accreditata di punteggi enormi. Vox in Spagna è in declino relativo, ma potrebbe trattarsi di un calo passeggero. In Polonia il PiS di Mateusz Morawiecki si è appena fatto battere, ma dal voto femminile perché intendeva vietare l’aborto.
Nel centro-est la tendenza è la stessa, come pure negli Stati Uniti. In Portogallo Chega ha raggiunto un certo spessore. In Italia governano gli ex del Movimento Sociale Italiano.
Alcuni stanno impazzendo di terrore, altri di aspettative: ma ce n’è ragione?

Innanzitutto non parliamo delle medesime formazioni. AfD è una joint-venture Cia-Stasi che ha come suo compito quello di dare il colpo di grazia alle ambizioni tedesche. Il PVV è un partito che esprime un forte immaginario veterotestamentario. Gli altri partiti sono più compositi.
Hanno però dei gravi problemi di fondo.
Il successo comune nasce dallo squilibrio sociale e psicologico in cui versa ogni nazione capitalista oggi. Gli interessi strategici del capitale e la sua evoluzione tecnologica, uniti all’apertura a concorrenti “sleali”, hanno alimentato le reazioni, le frizioni e i disastri. I populismi qualunquisti – per quasi tutti questa è la definizione calzante – hanno capitalizzato la protesta medio-piccolo-borghese, ancor più di quella popolare di cui si reclamano paladini ma che, invece, si riversa in massa nell’astensione.
Sbagliato porsi come sindacato, anche se parolaio, di alcuni dei ceti che pagano l’evoluzione capitalista? No.
Però ci sono almeno tre grandi mancanze. La prima è che – a differenza delle rivoluzioni nazionali dello scorso secolo – i partiti populisti non hanno alcuna formula concreta per invertire la tendenza e fare in modo che le fasce sfavorite vadano a godere dell’economia. La seconda è che – in mancanza di una soluzione socialnazionale – il tutto si trasforma in una logica retorica di lotta di classe che, a differenza di quella marxista, non trova la sua soluzione in un domani miracoloso ma nella nostalgia del giorno prima. La terza è che, per mancanza di soluzioni e sovrabbondanza di slogan, ogni qualvolta raggiunge il governo, una formazione populista deve essere presa per mano dagli esperti, piegarsi alla forza delle cose, e diventare la continuazione di chi ha sconfitto.

Sarà allora un disastro un eventuale successo populista?
Solo in Germania, ma non avrà luogo. Altrove sarà invece al tempo stesso un’incognita e una sfida.
Perché, nella misura in cui la ragione delle cose farà abbandonare – come è successo in Italia – le chimere sovraniste e le tendenze anti-centralizzatrici in seno all’Europa, il discorso di fondo, per emotivo che sia, sarà funzionale a una nuova concezione di fortezza-Europa già presente nelle élites di diverse nazioni.
Potrebbe allora avvenire il miracolo per il quale, malgrado la evidente inadeguatezza di quasi tutti loro, i depositari di alcune reazioni sociali potranno diventare il solvente per una nuova chimica che li trascenderà.
O di cui faranno parte se riusciranno a capire che quasi nessuno dei loro slogan o dei loro fantasmi è corretto e che non si può contrastare una tendenza se non la s’intende nella sua natura capitalistica e se a questo non opporranno, ovviamente attualizzate, le formule delle rivoluzioni nazionali europee.
Se non lo faranno, essi serviranno soltanto a permettere al Gran Capitale di assorbire, tramite loro (come già sperimentato con i Cinque Stelle) le scosse che lo disturbano.

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