martedì 27 Febbraio 2024

Un addio a Caradonna

Più letti

Global clowns

Note dalla Provenza

Colored

Io c’ero, sapete perché?

 

Sono andato ai funerali di Giulio Caradonna.
Ma come – mi diceva il mio alter ego razionale  – ai funerali di quello che nel 1968 con l’azione alla Sapienza causò una buona parte dei nostri infiniti guai? Di uno dei capofila storici dell’ala sionista di un Msi ancora filo-arabo?  Del paladino dell’atlantismo e della grande destra? Proprio lui.
E tu che ci azzecchi, insisteva  l’alter ego che, come ogni essere virtuale, prova a farsi cartesiano per illudersi, aggrappandosi alle protesi degli schemi mentali, di aderire a quella realtà che gli sfugge tra le dita .
Io c’entro eccome replica qualcosa di più profondo, di più animale, di più autentico di qualsiasi razionalità.
C’entri con l’occidentalismo reazionario e con il rifiuto caparbio di cogliere e cavalcare le correnti del nuovo?
Questo mi ribatté l’alter ego scandalizzato e sempre questo immagino che pensino tutti coloro che, nati dopo quegli anni di tutte le possibilità, e quindi condannati a vivere come sono stati costretti a farlo, cioè non da avventurieri ma da guardoni, si trovano imprigionati  nelle tagliole concettuali.
E giudicano dai cristalli delle costruzioni “religiose” o “ideologiche”  che si differenziano ta loro non tanto per il significato (ir)reale dei loro rispettivi totem – che si tratti di cuori vandeani o di fronti social/antimperialisti – ma per il diverso gusto estetico che li chiama ad appiccicarsi in codesta piuttosto che in quella carta moschicida a battere incessantemente le ali restando però sempre fermi, impossibilitati a spiccare il volo.
Potranno mai capirmi, inchiodati come sono nelle loro percezioni microcosmiche dell’universo?
Che comprenderanno se dico loro che c’è, al di sopra di tutto, un’affinità antropologica che precede anche quelle scelte che divaricano persino in modo totale e definitivo  le esistenze sulle posizioni politiche, e che le tiene accomunate in un collante comunque più profondo?

Forse è una questione di età ma lo ha capito perfettamente Ugo Maria Tassinari studiando la nostra antropologia, in particolare quella funeraria, e in qualche modo lo aveva subodorato anche Marco Palladini, un ex di Avanguardia Operaia, invidiandoci ne “I rossi e i neri”, scritto insieme a Miro Renzaglia, quella che lui definisce la nostra tanatofilia.
Non è propriamente un amore della morte, compagno Palladini, bensì un sentimento al tempo stesso del sacro e dell’appartenenza che supera e lega tra loro gli io in un superiore sé.
Non è metafisica, non è solo metafisica, è qualcosa che sta nelle fibre, ma bisogna aver vissuto certe esperienze per sentirlo.

Eppoi è a gente come Giulio Caradonna, e in particolare a lui, che dobbiamo l’agibilità che ci è stata concessa a suo tempo, anche se in seguito ce la siamo dovuta riconquistare tutta e abbiamo dovuto riaffermarla daccapo.
Furono lui e i suoi a riprendersi la piazza, andando a rischiare letteralmente il massacro ogni giorno per tenere i comizi o aprire le sedi nelle zone rosse nel dopoguerra.
Chi abbia avuto qualche esperienza turbolenta al tempo d’oggi crede di sapere di cosa parlo e invece non ne ha la minima idea. Fare a pugni, a schiaffi, a randellate non con qualche larva di antifa ma con operai, portuali, contadini di due generazioni addietro, gente dalle braccia possenti, dalla vigoria di un toro, dalle nocche nodose, non traviata dal consumismo e dalla prudente vigliaccheria, proprio non sappiamo cosa voglia dire; non lo sapete voi che vi scontrate di rado ma nemmeno noi che pure abbiamo vissuto schivando chiavi inglesi, manici di piccone, spranghe e pallottole.

E’ quindi per queste ragioni che sono andato al funerale dell’occidentalista, del sionista, del controrivoluzionario, del figlio del latifondista? Perché così etichettavano suo padre, che in effetti latifondista lo era, e non riesco a capire come mai nessuno si sia  soffermato a pensare un attimo che proprio nelle sue Puglie ci furono enormi progressi sociali, più che altrove, né che il latifondista, dopo aver marciato su Roma e contribuito attivamente al socialismo nazionale andò in Rsi e venne condannato a morte. Ancora Cartesio, un bel pizzico di complesso d’inferiorità, qualche spruzzo di Marx ed ecco che l’uomo è liquidato con un’etichetta reazionaria anche nel suo mondo e non se ne parla più…

Ma allora cosa affermo? Rivendico anche un latifondista, mi avvolgo su me stesso, faccio confusione? E perché no? Le ragioni che mi hanno spinto ai funerali di Caradonna sono  tutte condensate nella frase che pronunciò un giorno un Reduce alla Piccola Caprera. “Il fascismo era un casino. Un grande casino. Un gran benedetto casino!” Che poi era quello che scriveva Piazzesi nel 1920 nel suo Diario di uno squadrista toscano. “Facciamo la costituente, facciamo la Repubblica, facciamo un diavolo qualsiasi, ma facciamo qualche cosa di solido che viva del sangue dei nostri caduti che non possono essere morti per niente.”
Contraddittori, irrazionali? Eccome! Il fascismo è così. Ed è proprio in questa sua irrazionalità che è straordinariamente pragmatico, logico e intelligente.

L’ultima volta che ho visto Caradonna è stato qualche mese fa ad una cena di Continuità Ideale.
Quando mi ha riconosciuto mi ha fatto i complimenti per Casa Pound, “l’unica realtà seria che esista”. Non sono riuscito a replicargli che mi si attribuiscono  meriti che non ho; passo il tempo a sgolarmi per spiegarlo alle generazioni più vecchie della mia, ma la scambiano immancabilmente per un’astuta falsa modestia. Credo dipenda dal fatto che, per non sentire troppo l’età, non vogliono rassegnarsi ad ammettere che le nuove gerarchie hanno trenta o quarant’anni meno di loro.
Così, una tantum, ho incassato ma mi sono affrettato a telefonare a Gianluca per dirgli “Caradonna! Dove hai sbagliato?” Ma era solo una battuta, non c’era  errore né equivoco da nessuna parte. Perché nel casino, nel gran casino, nel gran benedetto casino, conta come si fa quel che si fa e più di ogni cosa importa se la natura di chi agisce è autentica. E il fatto che in un mondo che vivacchia in vetrina si riconosca che Casa Pound è invece eccezionalmente autentica è – da parte della gente viva – assolutamente inevitabile.

C’è quindi qualcosa che lega tra loro questi opposti generazionali, ideologici, estetici? Certo che c’è è poesia e poetica, è materia che cerca la forma.
Perché il fascismo è arte. L’arte dà forma alla materia e per certe opere serve il marmo. E’ un fatto  di materia, di solida materia che, comunque la si plasmi, trasmette vigore.
Marmo contro la palude.
L’ho spiegato al mio alter ego e alla fine ha capito. E voi giovani camerati riuscite mai a comprenderlo? No? Non fa nulla, sopravviveremo lo stesso.

 

Ultime

Dalla spada nella roccia

alla pianura padana

Potrebbe interessarti anche