martedì 20 Febbraio 2024

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Mai perdono presidenziale era apparso più ovvio, dovuto e politicamente semplice a farsi. Non solo. Sembrava l’emblematico corollario per Barack Obama: il primo presidente afro-americano, che concede una riabilitazione postuma al primo pugile nero campione mondiale dei massimi, vittima del prgiudizio razziale. Eppure la pratica Jack John­son resta inevasa. Quasi cento anni dopo la sua condanna, per aver avuto rapporti con una donna bianca, che gli costò la fuga dagli Stati Uniti, il titolo e poi anche il carcere, Johnson attende ancora giustizia. Ma la Casa Bianca di Obama offre solo un assordante silenzio alla campagna lanciata in aprile dal senatore John McCain e da Peter King, congressista di New York, entrambi repubblicani e grandi appassionati di boxe
“Sono sicuro che il presidente sia l’ultima persona che dovrò convincere” aveva detto McCain 6 mesi fa, quando era riuscito a far approvare a Senato e Camera una risoluzione bipartisan, che invitava il presidente a “eliminare dagli annali della giustizia penale americana un abuso dell’autorità inquirente, motivato da ragioni razziali”. Sono seguite due lettere personali a Barack Obama dell’ex candidato alla Casa Bianca, l’ultima 10 giorni fa, in cui Mc­Cain ha rinnovato l’appello a “aggiustare il torto e cancellare un atto razzista che inviò un cittadino americano in carcere”. Ma nessuna risposta è venuta dal presidente, né alcun commento dal suo staff.
Fattori diversi e complessi pesano su questo eccesso di cautela nell’uso di un classico strumento presidenziale. C’è in primo luogo la riluttanza di un presidente afro-americano, che non ha quasi mai voluto affrontare di petto temi a sfondo razziale, evitando ogni sospetto di pregiudizio favorevole.
Pesa il rifiuto di offrire anche il più piccolo spiraglio a
ogni accusa di debolezza o comprensione verso la criminalità, che la destra è sempre pronta a lanciare. Non ultimo, l’abuso che del perdono presidenziale hanno fatto Bill Clinton e George W. Bush, ha finito per associarlo nella percezione pubblica a scandali e malfattori. E’ un fatto che in 10 mesi alla Casa Bianca, Obama non abbia concesso un solo perdono: è il quarto presidente della storia a non farlo nei primi 100 giorni.
Eppure il caso Johnson grida vendetta.”Non ci sono implicazioni ideologiche, sarebbe un simbolo di armonia razziale e politica”, spiega Peter King, che va regolarmente in palestra a boxare. “Il trattamento di Jack Johnson fu così vergognoso da andare oltre ogni possibilità di controversia, anche agli occhi dei più bigotti” dice Leonard Steinhorn, docente di Comunicazioni e Storia all’American University.
‘Vera leggenda della boxe, Johnson aveva conquistato il titolo nel 1908, un affronto per la mistica di una disciplina al tempo considerata privilegio dei bianchi. Ma forse il peccato più grande il pugile lo commise il 4 luglio 1910, umiliando sul ring James Jeffriesche dichiarò di aver accettato il combattimento, dopo averlo accuratamente evitato per anni, con il solo scopo di dimostrare che un bianco è meglio di un negro.
‘Spavaldo nello stile di vita, Johnson non nascose mai la sua passione per le donne bianche, molte di loro prostitute, due delle quali prese anche in moglie. Fu una delle sue falene dalla pelle diafana a tradirlo, testimoniando la loro fuga d’amore agli agenti dell’Fbi che tentavano di incastrarlo. Venne condannato nel 1913 ai sensi del Mann Act, la legge che proibiva di trasportare una donna da uno Stato all’altro per ‘scopi immorali’.Il pugile evitò l’arresto fuggendo in Gran Bretagna. Andò a combattere e vincere a Cuba nel 1915.
Paolo Valentino

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