domenica 14 Aprile 2024

Usa: obiettivo raggiunto.

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Il petrolio a 50 dollari al barile renderà competitivo quello americano, malgrado i costi di estrazione dal sottosuolo. Finalmente raggiunto l’obiettivo centrale dello “scontro di civiltà” e definito il prezzo del sangue versato per tre anni da genti di tutto il mondo.

MILANO La paventata quota di 50 dollari al barile è stata raggiunta nel dopomercato a New York con l’accrescersi dei timori legati alla sicurezza degli impianti in Nigeria. La Morgan Stanley ha previsto che il prezzo possa continuare a salire fino a 61 dollari, prima di una frenata. E mentre gli analisti discutono sulla natura del rialzo – se sia cioè strutturale e destinato a durare oppure una fiammata transitoria che presto si spegnerà – il petrolio passa da un record all’altro, trascinando nella sua corsa la benzina e riaccendendo sui mercati finanziari i timori per i profitti delle aziende.
«Siamo vicini alla soglia d’allarme – avverte il vice ministro alle Attività produttive Adolfo Urso – L’attuale livello dei prezzi rappresenta un pericolo per il sistema produttivo». Ieri a Londra il brent, spinto dalla speculazione su possibili problemi di approvvigionamento e dalle reiterate minacce di attentati alla catena produttiva, si è arrampicato al nuovo primato assoluto di 46,25 dollari al barile e a New York il contratto per le consegne a novembre si è attestato al nuovo tetto storico di 49,74 dollari, prima di salire a quota 50. E i carburanti si adeguano, per un litro di verde servono 1,175 euro ai distributori Agip, Erg, Fina e Tamoil, il gasolio viaggia a 0,999 euro al litro agli impianti Api, Erg, Fina e Ip. I messaggi rassicuranti lanciati dall’Opec cadono nel vuoto: «Abbiamo ancora una capacità di 1,5 milioni di barili al giorno fino alla fine dell’anno», dice il presidente del cartello Purnomo Yusgiantoro. Precisando comunque che i rialzi del prezzo del greggio non sono stati causati da una carenza della produzione. Piuttosto dalla volatilità dei listini, conseguenza dei timori di una prossima disponibilità insufficiente. Secondo i trader, infatti, è solo questione di tempo e l’offerta non riuscirà più a soddisfare la domanda. Perciò i mercati reagiscono con apprensione a qualsiasi notizia possa significare un calo dei quantitativi estratti: gli effetti degli uragani in centro America, gli attacchi ai pozzi in Iraq, gli scontri tra polizia e militanti islamici in Arabia Saudita, anche se il ministro del petrolio Ali Al-Nuaimi ha garantito la fornitura del flusso di greggio saudita in coordinamento con i membri dell’Opec e la compagnia di Stato Saudi Aramco ha reso noto di voler mantenere la produzione tra 1,5 e 2 milioni di barili al giorno.
Ma il focolaio che desta maggiore preoccupazione è in questo momento la Nigeria, quinto principale produttore Opec da 2,5 milioni di barili al giorno, settimo al mondo e quinto maggior fornitore degli Usa. I ribelli indipendentisti, in lotta contro il governo centrale, annunciano «una guerra totale» a partire dal primo ottobre e chiedono, per quella data, a tutti gli stranieri di lasciare il Paese e alle compagnie petrolifere di cessare la produzione, in particolare all’Agip accusata di prestare i suoi elicotteri ai militari. La Shell, pressata dalle minacce, ha ritirato tutta la sua squadra e attuato un blocco precauzionale delle estrazioni di 30.000 barili al giorno e altre compagnie potrebbero seguire l’esempio come avvenne un anno fa, quando la produzione venne ridotta del 40%. Oggi tuttavia le ricadute sulle quotazioni sarebbero decisamente più pesanti: India e Cina, in fase di vorticoso sviluppo, sono affamate di greggio e solo nei primi sei mesi di quest’anno l’incremento dei consumi petroliferi cinesi è ammontato a 800 mila barili al giorno. Ad aggravare il quadro c’è la flessione della capacità produttiva degli Usa le cui riserve – ai minimi da 29 anni – sono scese (-3%) per la prima volta dal ’99. Ora è probabile che gli operatori debbano rivolgersi al mercato per ricostituire le proprie scorte a sostegno dell’attività delle raffinerie, anche in vista della stagione fredda.


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