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Come li chiamava, bamboccioni? PDF Stampa E-mail
Scritto da corriere.it   
Mercoledì 15 Febbraio 2017 00:03


In Italia siamo bravi a lamentarci ma quando si tratta di rimboccarsi le maniche le schiere si sfoltiscono

«Buonasera, chiamo per dire che non posso più venire a lavorare da voi. Avrei dovuto iniziare domani, ma mio padre mi ha regalato un appartamento e sarò impegnata ad arredarlo». Oppure: «Dov’è che dovrei lavorare? A un chilometro da casa? No, scusi, troppo lontano». Succede davvero, in Veneto, nel 2017. A raccontarlo è l’imprenditore Cristiano Gaifa. Veronese, proprietario e fondatore della catena di ristoranti giapponese fusion Zushi, ventuno locali sparsi per tutto il Nord Italia, di cui sei in Veneto, oltre alle prossime aperture a Villafranca di Verona, Roma e Miami Beach. Nella ristorazione il turnover è particolarmente veloce, i colloqui di lavoro sono frequenti. Ma gli aspiranti mancano all’appello. Si è sfogato su Facebook: «Se sento ancora parlare di disoccupazione giovanile racconto gli ultimi colloqui che abbiamo fatto».
Gaifa, la disoccupazione in Italia esiste davvero.
«Sì, ma i ventenni il problema sembra non lo sentano. Non so come fanno. Anzi, forse un’idea ce l’ho. Temo che abbiano ancora molte sicurezze economiche alle spalle. Ovvero, i genitori».
Che tipo di lavori offrite?
«Ce n’è per tutti i gusti. Prevalentemente camerieri e servizio in sala. Ma anche direttori e vicedirettori di ristorante. Specie per quelli di nuova apertura. Ne ho uno qui sotto mano: cerchiamo un vicedirettore, dunque con uno stipendio ben superiore alla media. I colloqui li ho fatti io stesso».
E come sono andati?
«Un disastro. Gli ultimi questa settimana. Tre interpellati su tre, tutti disoccupati, mi hanno detto: “Ci penso e vi faccio sapere”. Non hanno telefonato nei giorni successivi come d’accordo. Allora li abbiamo richiamati noi. “No, grazie”».
Spesso le aziende impongono lunghi periodi di stage semi-pagato e magari alla fine non assumono neanche. Non è che fate anche voi così?
«Proprio per niente. Il nostro è un contratto di lavoro a stipendio pieno fin dal primo giorno. Quattordici mensilità e contributi pagati. Tre mesi a tempo determinato, poi nella grandissima parte dei casi assunzione a tempo indeterminato. Eppure tre su dieci neanche si presentano».
In che senso?
«La statistica che abbiamo fatto in anni di colloqui è che su dieci che ci contattano almeno tre candidati non vengono neanche al colloquio iniziale. E non avvertono. L’altro giorno il nostro direttore di un ristorante veneto ha aspettato per un pomeriggio intero: su tre prenotati non è venuto neanche uno. Ma fosse quello. Il problema è che proprio gli italiani non si fanno avanti».
Gli italiani? Cioè gli stranieri sono diversi?
«Certo. E qui è il punto dolente. Sa qual è la proporzione tra italiani e non italiani? Due a uno. Per ogni curriculum che ricevo di connazionali, ne ho almeno due di altri».
Potete assumere gli stranieri, che problema c’è?
«Certo. Già lo facciamo. Lavapiatti, pulizie, gestione dei locali: abbiamo solo non italiani. Ma ci sono delle mansioni per le quali è richiesta una competenza linguistica molto buona. Tutti i lavori a contatto con il pubblico, insomma. E’ lì che abbiamo richiesta. Ma manca la domanda. O per lo meno quella dei ventenni. Per i più anziani è diverso, lì c’è richiesta. Magari perché hanno una famiglia da mantenere, o sono divorziati e hanno il mutuo».
Qual è il tipo di rifiuto più frequente che riceve?
«Non ce n’è uno in particolare. In questi anni ne abbiamo sentite di tutti i tipi. L’ultimo che ho incontrato, anche lui disoccupato, quando gli ho detto che avrebbe cominciato la settimana successiva mi ha risposto: “eh, ma avevo prenotato una vacanza”. Con un altro, un veronese, è andata anche peggio. Ci ha chiesto dov’è il ristorante: a Borgo Trento. “Troppo lontano, abito a Borgo Milano”, ci ha detto. Neanche un chilometro di distanza, capisce? Alcuni vengono a colloquio con la fidanzata, o il fidanzato, e dobbiamo spiegare che è un colloquio individuale. E poi, c’è la ragazza della casa».
Ovvero?
«Il caso più emblematico. Sui trent’anni, alla prima esperienza lavorativa. La sera prima di cominciare ha chiamato in ristorante. “Mi spiace, non vengo più, papà mi ha regalato una casa e per i prossimi mesi dovrò arredarla”. Sa cosa mi preoccupa di più? Che se danno queste risposte vuol dire che c’è ancora una ricchezza alle spalle, quella della famiglia. Ma cosa diranno questi ragazzi ai loro figli, tra quindici anni, quando i soldi saranno finiti?».

 

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