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Scritto da repubblica.it   
Giovedì 09 Marzo 2017 00:41


I Lords, forse per coscienza etnica. frenano ancora la Brexit

Nel mondo alla rovescia in cui la Cina è per il libero commercio capitalista e l'America per il protezionismo, in cui i poveri votano per i partiti di destra e i benestanti per quelli di sinistra, c'è da registrare anche questa: una camera di baroni e baronesse difende l'Europa, mentre i conservatori, il partito da sempre identificato con l'aristocrazia e il privilegio, minaccia di abolire la camera dei lord. E' il risultato paradossale della votazione di questa sera al palazzo di Westminster, in cui la camera alta, la camera con i sedili di pelle rossa, la camera i cui membri (in verità solo una volta l'anno) indossano un mantello di ermellino e hanno la carica ufficiale di "pari del regno", si ribella contro il governo dei Tories guidato da Theresa May e approva un diritto di veto del parlamento nei confronti della Brexit.
Passata a larga maggioranza, 366 a 268, la mozione prevede che entrambe le camere, quando fra due anni si concluderà il negoziato sulla Brexit fra Londra e Bruxelles, votino sui termini dell'accordo raggiunto e se necessario costringano il proprio governo a tornare al tavolo della trattativa per ottenerne uno migliore. Anche la premier May ha promesso al parlamento un voto sulla Brexit alla fine della trattativa, ma un voto "prendere o lasciare", un voto più di facciata che di sostanza: o direte sì all'accordo che avremo raggiunto, è il messaggio di Downing street, o usciremo dall'Unione Europea senza alcun accordo. Invece la risoluzione approvata dai lord stabilisce un voto "significativo", con il potere di esaminare la sostanza dell'intesa e di chiedere che sia modificata se appare dannosa per gli interessi nazionali. "Se il presidente americano ha bisogno dell'approvazione del parlamento per firmare un trattato, non c'è niente di male a imporla anche al premier britannico", afferma lady Ludford, leader dei liberaldemocratici alla camera dei Lord. E fuori dall'aula l'ex-leader dei lib-dem alla camera dei Comuni, Nick Clegg, esorta i suoi colleghi deputati a votare come hanno fatto i lord.
Sulla carta non è molto probabile che accada, perché tra i deputati, a differenza che tra i lord, il governo ha la maggioranza, sia pure soltanto di 14 seggi. Serpeggia tuttavia anche lì, nella camera bassa dai sedili di pelle verde, qualche sintomo di rivolta. Tant'è che un conservatore, lord Howell, minaccia: "Se i deputati voteranno come i Lord, sarebbe l'equivalente di una sfiducia nei confronti del primo ministro e ci saranno elezioni anticipate". In altre parole, manda a dire ai deputati, voi perderete il posto, andrete a casa e la premier si ricorderà di quali membri del suo partito le hanno votato contro, facendo in modo che non vengano rieletti.
I maligni non escludono che proprio una crisi politica e le elezioni anticipate piacerebbero a Theresa May, la quale nei sondaggi ha 18 punti di vantaggio sui laburisti e potrebbe ottenere dalle urne una maggioranza parlamentare ben più ampia di quella che ha ereditato dal suo predecessore David Cameron. Ma la premier ha fretta di iniziare il negoziato sulla Brexit: non vuole ritrovarsi a giugno, un anno dopo il referendum, ancora ai blocchi di partenza della trattativa. Senza contare che le elezioni sono sempre imprevedibili e i sondaggi spesso sbagliano, come si è visto proprio nel referendum sulla Brexit (e nell'elezione di Trump): "Sono fiducioso che le vinceremmo noi", ha dichiarato ieri il leader del Labour, Jeremy Corbyn.
Una cosa è certa: per la seconda volta in pochi giorni, i Lord hanno inflitto una sconfitta al governo sulla questione dell'uscita dalla Ue. Prima approvando un emendamento che dà un diritto incondizionato ai 3 milioni di europei residenti qui (tra cui oltre mezzo milione di italiani) di restarci anche dopo la Brexit. Ora stabilendo un voto parlamentare, anzi un diritto di veto, sulla Brexit al termine del negoziato. I Comuni hanno l'ultima parola e potrebbero bocciare entrambe le decisioni. Ma intanto i Lord hanno confermato che la storia va a rovescio: proprio loro, i legislatori nominati e non eletti, con il mantello di ermellino e il titolo di barone e baronessa (attenzione
però: dopo la riforma Blair i loro seggi non sono più ereditari, sono di fatto senatori a vita, nominati in virtù di meriti scientifici, politici, economici, insomma una camera di saggi) sono gli ultimi oppositori reali dei Tories. La storia continua ad andare alla rovescia.

 

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