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Scritto da ilgiornale.it   
Martedì 14 Marzo 2017 00:08


Per gli speculatori

Agli italiani container in campi nomadi invece di alloggi popolari

Qui, senza luce, acqua e riscaldamento, e circondati da una discarica abusiva allestita intorno allo stabile dagli altri condomini, una trentina di famiglie nomadi, hanno vissuto per tre anni. Qualche settimana fa il Comune di Roma decide di procedere allo sgombero dello stabile. Così la Sala Operativa Sociale contatta Emanuela ed Enrico per avvisarli dello sgombero imminente e per fargli l’assurda proposta: scegliere se trasferirsi in un container nel campo nomadi di via di Salone oppure separarsi, trasferendo Emanuela ed il piccolo in una casa famiglia ed Enrico in un dormitorio.

"Hanno fatto un censimento di tutte le famiglie con minori”, spiega Emanuela raccontando la sua storia con un filo di voce, “e anche quando hanno scoperto che eravamo italiani ci hanno proposto di trasferirci in un container nel campo rom di via di Salone o in quello di Prima Porta”. Emanuela e suo marito sono entrambi disoccupati. Enrico faceva la guardia giurata, ma ha perso il lavoro nel febbraio del 2015. Emanuela lavorava in Autogrill con un contratto a tempo determinato. Poi il contratto è scaduto e a febbraio è arrivato l’ultimo assegno della disoccupazione. Ora si arrangiano con lavoretti saltuari, pagati con i voucher, per mantenere il loro bimbo, che nonostante tutto riesce ad andare a scuola e a fare una vita normale.

Nel luglio del 2014 hanno inoltrato la richiesta per la casa popolare e per i residence comunali. “Nei residence non c’era posto e per la casa popolare sembra addirittura che la nostra domanda non sia mai arrivata agli uffici competenti”, spiega Enrico. La sua famiglia, inoltre, non risulta essere in emergenza abitativa, perché non è in possesso del V.I.P., ovvero il verbale di perdita di possesso dell’alloggio di residenza. “Da tre anni viviamo abbandonati da tutto e da tutti”, spiega Enrico, che ci racconta di essere stato minacciato dai vicini rom, per aver protestato quando i nomadi hanno iniziato a scaricare di notte divani, elettrodomestici, masserizie e altri rifiuti, trasformando il cortile del palazzo in una discarica illegale.

Sua moglie Emanuela ci racconta, quindi, di essere stata contattata da un assessore del V municipio, del quale preferisce non fare il nome: “Quando ci siamo sentiti al telefono lui mi ha detto: in un campo nomadi già ci sei, cosa ti cambia se vai in un altro campo nomadi?”. “Sono rimasta un po’ stupita di questa risposta perché in quel momento io stavo parlando con lo Stato, e lo Stato dovrebbe tutelare prima le famiglie italiane visto che siamo in Italia”, spiega la donna, amareggiata. Emanuela ed Enrico ora sono in attesa dello sgombero. “Non ci hanno dato nessuna soluzione anzi, dalla Sala Operativa Sociale ci hanno consigliato di andare a occupare”, spiega Enrico, “ma noi non vogliamo occupare, vorremmo essere in regola”.

Anche ad Antonio, che abita nell’appartamento al piano di sopra, il Comune ha chiesto di trasferirsi assieme a sua moglie Maria Grazia e a sua figlia Michela, di 13 anni, nel campo nomadi di via di Salone dopo lo sgombero del palazzo di via Raffaele Costi. “Sì, mi hanno proposto di andare a vivere in un container in mezzo ai nomadi ma io lì in mezzo a pistole e coltellate la mia famiglia non ce la porterò né vivo né morto”, ci racconta Antonio che è sardo e che dal 1991 è in attesa di una casa popolare.

 

 

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