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Tra barbarie e civiltà PDF Stampa E-mail
Scritto da Carlomanno Adinolfi (ilprimatonazionale.it)   
Venerdì 17 Marzo 2017 00:18


Lovecraft

Il 15 marzo di ottanta anni fa, nella “sua” Providence, moriva Howard Phillips Lovecraft, il maestro dell’horror che tra gli anni ’20 e gli anni ’30 del XX secolo rivoluzionò il mondo della letteratura rinnovando e stravolgendo un genere che fino a quel momento si appoggiava solo ai romanzi gotici e ai penny dreadful del romanticismo inglese. Nato proprio a Providence, nel Rhode Island, nell’agosto del 1890, HPL – acronimo con cui verrà immortalato dai fan – già a cinque anni iniziò a mostrare un talento non naturale per la scrittura, riempiendo i suoi quaderni di piccoli racconti ispirati alle storie gotiche e alle avventure di Verne. Cresciuto in un ambiente iperprotettivo dalla madre e da due zie, fin da giovanissimo HPL fu vittima di fortissime crisi nervose, che tra l’altro non fecero altro che aggravare il comportamento iperprotettivo della madre che nel frattempo si era ammalata di isteria e depressione. Proprio in questi periodi di crisi iniziò anche ad avere strani sogni lucidi da cui, come poi avrebbe detto nelle sue lettere agli amici, si svegliava urlando. Sempre stando alle sue lettere, molti dei suoi racconti non sarebbero altro che la trasposizione della sua attività onirica, alcuni di essi iniziati a scrivere addirittura prima di essere totalmente sveglio. Chiunque li abbia letti in realtà non faticherebbe a crederlo: incubi che portano alla follia, terrore e angoscia che permeano le atmosfere della narrazione e soprattutto descrizioni di sogni che difficilmente possono essere inventati dal nulla compongono la smisurata produzione lovecraftiana.
Indubbiamente il ciclo narrativo che ha consegnato HPL all’immortalità è il ciclo di Chtulhu, il vero cardine horror lovecraftiano: aperto – dopo alcuni racconti precedenti in cui si abbozzava la futura mitologia della saga – dal famosissimo The Call of Chtulhu del 1926, il ciclo narrativo descrive un mondo di infiniti abissi cosmici che si aprono sotto di noi e abitati da esseri millenari, i Grandi Antichi, divinità demoniche, caotiche e perennemente affamate, dormienti ma che possono destarsi in qualunque momento causando catastrofi fisiche e soprattutto psichiche. Un mondo in cui l’uomo non è che una piccola creatura di passaggio che si illude di essere al centro del cosmo, in realtà abitato da esseri più vecchi di millenni e destinati a sopravvivergli per altri millenni. Un mondo caotico e ribollente in cui la “civiltà” umana con la sua società e la sua morale non è che un’illusione di ordine e un tentativo tracotante di dare un senso al magma ribollente e abissale che si apre sconfinato al di là dell’illusione. Ma che resta comunque un baluardo che impedisce ai miseri esseri umani di entrare in contatto con entità che non farebbero altro che distruggere le loro menti, impreparate e non adatte ad entrare in contatto con uno spazio esterno non ordinato e dominato da esseri come il tentacolare Chtulhu, il cieco Azathoth e il loro messaggero Nyarlathotep. Con il ciclo di Chtulhu nasce una vera e propria mitologia lovecraftiana che ruoterà intorno al leggendario libro maledetto del Necronomicon, scritto dall’arabo pazzo Abdul Alhzared in una città senza nome sotto il deserto di Rubʿ al-Khālī.
In molti si sono chiesti se davvero il Necronomicon fosse un libro reale e se HPL fosse a conoscenza di antichi segreti lasciatigli in eredità dal padre sospettato di essere massone. Ovviamente tutto questo entra nel mondo della fanta e meta narrativa, affascinante ma poco concreta. Quello che è reale è che il Necronomicon e i suoi dei mostrano il pessimismo cosmico di HPL in tutti i suoi aspetti. Da un punto di vista sociale e politico Lovecraft riteneva illusorio e mendace ogni parvenza di positivismo, progressismo e ogni tipo di società basata su una morale o su un tipo di civiltà borghese. L’intera storia dell’uomo è solo una lotta e un equilibrio tra barbarie e civiltà e tra pulsioni ancestrali e non sradicabili, tema che influenzerà anche il suo amico Robert Ervin Howard che ne farà il cardine del suo ciclo di Conan il Barbaro. Tenacemente convinto dell’inevitabile declino dell’uomo e della civiltà, forse influenzato o comunque sicuramente interessato alle opere di Spengler, HPL rifiuterà qualunque messianismo progressista, comunista, capitalista o internazionalista. Fermamente convinto nella diversità razziale e culturale dell’umanità fu comunque un sostenitore del fascismo e di Mussolini, come si evince dalla sua lettera proprio ad Howard dell’agosto del 1932, e proprio in un governo fascista con influenze socialiste vedeva l’unica forma politica possibile che potesse far fronte al declino, permettendo ad una élite aristocratica di mantenere la tradizione e l’identità del proprio popolo e garantire allo stesso tempo uno stato sociale che permettesse anche ai più poveri di lavorare e vivere.
Anche dal punto di vista religioso e metafisico il ciclo di Chtulhu palesa il totale rifiuto di qualunque tipo di religione teista, salvifica, escatologica o comunque rassicurante di un dio che crea il mondo per uno scopo il cui soggetto è l’uomo. L’uomo è lanciato in un mondo caotico e senza senso, non è affatto il centro dell’universo ma vive in un abisso infinito di cui se avesse coscienza potrebbe solo sprofondare senza speranza. Eppure accanto al ciclo pessimista di Chtulhu e della sua condanna senza appello alla possibile salvezza dell’uomo, un altro ciclo narrativo, in realtà precedente a quello dei Grandi Antichi, lascia una via di affermazione metafisica che molti scordano. Parliamo del cosiddetto ciclo onirico e soprattutto della saga di Randolph Carter, alter ego narrativo proprio di HPL. Nella saga del “sognatore” Randolph Carter si palesa tutta la convulsa attività onirica che caratterizzò il giovane Lovecraft, ma accanto agli incubi, alle follie, allo smarrirsi in “spazi esterni” caotici e demoniaci che caratterizzavano i racconti dell’orrore di Chtulhu, in questi racconti il sognatore protagonista tramite una lucidità e una consapevolezza attiva dei propri sogni riesce ad andare in mondi luminosi, superni, che permettono di abbattere i muri della mortalità, della caducità del tempo e della condizione umana. Soprattutto i racconti con protagonista Randolph Carter, possessore della “chiave d’argento dei sogni” che apre porte inaccessibili e nascoste nei mondi onirici, sembrano quasi percorsi iniziatici verso paesi che possono portare “oltre” e non solo far sprofondare negli abissi, che restano però la dura alternativa qualora si fallisse nell’impresa eroica.
Il romanzo breve “La Ricerca Onirica dello sconosciuto Kadath” è forse il racconto più importante del ciclo di Carter. Una immersione consapevole nel mondo dei sogni e una ricerca del leggendario monte Kadath, la montagna alta chilometri che si erge in un Nord cardinale e inaccessibile dove vivono gli dei e la cui scalata permette di accedere al mondo aureo e perfetto di cui Carter ha una reminiscenza sfocata in seguito a una visione avuta proprio in sogno. La Montagna del Nord si contrappone agli abissi primordiali e alle città sommerse destinate a travolgere l’uomo nascoste nell’Antartide e nei mari del Sud, l’affermazione eroica e il raggiungimento di un luogo luminoso si contrappongono alla dissoluzione e allo sprofondamento. Eppure i demoni, i Grandi Antichi e il perfido Nyarlathotep sono sempre in agguato, invidiosi di chiunque abbandoni l’abisso a cui è destinato e pronti a sbarrare ogni via verticale, aiutati dai loro servi e dai loro riti neri e inferi legati non a caso ad antiche madri medio orientali pronte a reinghiottire cannibalescamente i propri figli. Non c’è salvezza, non c’è speranza: c’è solo la possibilità di arrivare in fondo, fin sulla vetta che si erge sopra l’abisso spalancato e saper guardare in faccia gli dei che ti ignorano finché non sai come raggiungerli.

 

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