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Da Parigi la lezione è chiara PDF Stampa E-mail
Scritto da Carlo Bonney   
Mercoledì 10 Maggio 2017 00:55


I limiti di un sovranismo anti-europeo sono assoluti

Con le urne presidenziali francesi ancora calde, è difficile non dare giudizi affrettati, ma una serie di considerazioni si possono fare cercando di rimanere il più possibile oggettivi.
La prima è che il sovranismo populista di cui in questi anni si è molto parlato, spesso in termini generali e includendo fenomeni tra loro molto diversi, sembra aver esaurito la sua spinta propulsiva in termini di consenso elettorale.
Siamo chiari: i partiti che nelle elezioni olandesi e francesi si sono presentati sostanzialmente contro l’immigrazione e contro l’Euro e L’Unione Europea, i due pilastri su cui si sono incentrate le rispettive azioni di propaganda, hanno aumentato sì il loro consenso in termini di voti, ma non sono riusciti a sfondare né a diventare egemoni nei rispettivi paesi.
Quali le cause? E perché più si avvicinava la scadenza elettorale più le intenzioni di voto per questi partiti anziché crescere, diminuivano?
Una prima causa può essere stata l’aver confuso, da parte dei populisti europei, la vittoria del referendum sulla Brexit e di Trump negli USA come foriera della  probabile loro vittoria nei rispettivi Paesi, non capendo che il mondo anglosassone, con i due eventi citati, si stava ricompattando proprio a scapito dell’Europa e soprattutto di chi auspica una forte identità europea.
L’altra è che l’elettorato europeo mentre reagisce più che bene al tema dell’immigrazione selvaggia e della grande sostituzione, soprattutto nel Paese profondo, non capisce l’accanimento “sovranista” contro l’Europa, in tutte le sue espressioni, ed anzi, nell’epoca dei blocchi geopolitici in movimento, comprende che un nazionalismo isolazionista alla coreana non è proprio una soluzione politicamente razionale e sensata.
Ergo i vari Macron di turno, hanno avuto gioco facile nel bollare i “sovranisti” di infantilismo politico e di presentarsi loro come alfieri dell’Europa, quando in realtà essi ne sono i primi nemici, ma d’altra parte se si lascia loro il terreno libero e non li si incalza proprio nelle loro contraddizioni, proponendo un ‘Europa identitaria, più forte politicamente, economicamente e militarmente, oltre a commettere un errore politico, si viene meno anche alla propria forza di attacco.
Il forzato richiamo ad un nazionalismo retro, che non sappia declinare anche un nazionalismo europeo, porta queste forze ad esaurirsi in un ressentiment che anche in termini di comunicazione politica risulta appetibile entro confini ben delimitati, che gli strateghi che agitano i vari Macron, sanno ben controllare e gestire, quando, invece, potrebbero essere intelligentemente spiazzati, proprio sul terreno che loro ritengono di loro esclusiva competenza : l’Europa.
Non votano solo gli arrabbiati, o meglio, anche molti arrabbiati vogliono sentirsi parte di un progetto identitario fermo e con le idee chiare sul futuro, nel campo del lavoro, dell’istruzione, sul futuro dei propri giovani, che non si limiti a denunciare quello che non va, ma che sappia affermare anche ciò che va fatto, in termini sensati ed all’altezza dei tempi, senza fughe in avanti o peggio all’indietro.
E questo futuro, anche le nuove generazioni lo sanno bene, si gioca non all’interno del proprio cortile di casa, peraltro abbastanza pencolante di suo, ma all’interno dello spazio vitale chiamato Europa, dove i partiti  identitari dovranno misurarsi con progetti credibili e capacità di fare da coagulo di settori sociali diversi tra loro, ma che aspettano solo forze capaci di prospettare un futuro di sviluppo e di ri- affermazione della millenaria civiltà europea: con questo spirito si potrà uscire dal recinto, dove il Macron di turno vorrebbe relegare chi si oppone al mondialismo.

 

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